Ama la Natura come te stesso

La diffusione dell’attuale zoonosi (Coronavirus) è in continuità con una serie di virus che negli ultimi venti anni hanno minato l’equilibrio del sistema economico e sanitario a livello globale.

Ciononostante, sul piano delle decisioni politiche alla parola “sviluppo sostenibile” non si discute della connessione tra pandemie e perdita della biodiversità.

Esiste un legame rilevante tra l’alterazione degli habitat naturali e la diffusione di virus.

Già a marzo la rivista “Nature” pubblicava un articolo (https://www.nature.com/articles/s41591-020-0820-9) dove si affrontava il problema del “salto di specie” in merito al Nuovo Coronavirus, ovvero dal pipistrello il coronavirus sarebbe passato al pangolino, una specie in via d’estinzione di cui è vietata la vendita, la caccia e la macellazione.

Non tutte le ricerche convergono su questa tesi.

Stavolta è la rivista PNAS a rendere noto uno studio ( https://www.pnas.org/content/117/8/3888) che attesta come tutte le epidemie degli ultimi anni dall’ Ebola alla Sars fino alla Mers, siano malattie che hanno in comune l’origine zoonotica, poiché sono state trasmesse da animali all’uomo.

Lo studio punta l’attenzione sulla prevenzione di altre crisi che possano causare vittime e tracolli economici.

Il dott.re Di Marco, autore della ricerca, sottolinea appunto, come la mancata prevenzione rappresenti una grave “leggerezza” di valutazione del rischio di pandemie, punto che risulta assente nella pianificazione dello sviluppo sostenibile.

“Sarebbe invece urgentemente necessario un approccio integrato per mitigare l’emergenza delle malattie infettive, che sono tra le conseguenze del cambiamento ambientale” dicono gli autori.

Un report pubblicato dal Wwf esplicita quello su cui tutti non hanno dubbi cioè il fatto che vi sia stato un transito della malattia dagli animali alla nostra specie e che questo sia avvenuto in ambiente urbano.

Un passaggio che, come scrive il Wwf in “Pandemie, l’effetto boomerang della distruzione degli ecosistemi” a cura di Isabella Pratesi, Marco Galaverni e Marco Antonelli con la consulenza scientifica di Gianfranco Bologna e Roberto Danovaro, “E’ strettamente legato ai mutamenti di clima e ambiente causati dall’azione dell’uomo”.

Tornando al pangolino, questo mammifero insettivoro, è una specie ad alto rischio d’esistenza, infatti, tutte le sue otto varianti sono considerate in via di estinzione dallo IUCN, l’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura, e la ragione del propagarsi del virus Covid -19 è da ricercare nel suo commercio illegale.

La “bushmeat”, la carne di animali selvatici, viene consumata nonostante i divieti, ma, come evidenzia il Wwf, è proprio la circolazione di animali, vivi e morti, provenienti dal cuore delle foreste pluviali che favorisce la diffusione dei patogeni.

Continua Di Marco “Purtroppo si continua ancora a vedere la conservazione della biodiversità, e della natura più in generale, come un obiettivo secondario rispetto ad aspetti di sviluppo socio-economico come la produzione di cibo o di energia. In questo modo però si rischia di definire politiche di sviluppo miopi, che hanno un effetto boomerang nel lungo termine. Ad esempio, ignorando il rischio di pandemie che deriva dai cambiamenti ambientali generati da politiche agricole che non tengono conto della biodiversità. O ancora ignorando il rischio di trasmissione di patogeni associato al commercio di specie selvatiche (sia legale che illegale), come è stato per la SARS e come sembra sia anche per il COVID-19”.

Non solo il WWF, il rapporto del 2019 dell’Ipbes, il Comitato Internazionale e Intergovernativo Scienza-Politica che si occupa di biodiversità e ecosistemi per conto dell’Onu, scrive che il 75% dell’ambiente terrestre e circa il 66% di quello marino risultano modificati significativamente e che 1 milione di specie animali e vegetali sono a rischio di estinzione.

Esiste una necessità scientifica di monitorare e ridurre le attività antropiche nelle aree ad alta biodiversità.

Le attività antropiche determinano l’aumento del rischio di contagio dovuto al contatto tra uomo e bestiame e animali selvatici.

La perdita di habitat e la caccia alterano la naturale composizione delle comunità di specie selvatiche, nonché le dinamiche che regolano i patogeni con un conseguente aumento del rischio della diffusione di virus.

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