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Burro arriva la riabilitazione tra scienza ed economia

Isolare gli alimenti, sezionandone le qualità è un’operazione scorretta perché, se lo scopo è sapere se ci nutriamo bene, alimentarsi bene equivale a considerare la dieta nella sua ampia e complessa varietà di alimenti e analizzata nella sua globalità.

Anche il burro va considerato, quindi, nel quadro globale della nostra alimentazione perché da solo non fornisce alcuna informazione attendibile per valutare la qualità della nostra nutrizione.

Da qualche anno la ricerca scientifica sta attuando un focus su questo alimento, rilevando come il suo consumo moderato, come tutti i grassi saturi, per consumo moderato si intende una quantità di 14 gr ovvero un cucchiaino, possa proteggerci da malattie metaboliche come il diabete di tipo 2.

Questo tipo di valutazione emerge da 9 studi svolti in 15 nazioni coinvolgendo un totale di 636.151 soggetti.

“Ne emerge un effetto neutro del consumo moderato di burro (un cucchiaio da minestra, circa 14 g al giorno), che non risulta associato al rischio di malattie cardiovascolari, di infarto miocardico o di ictus.

I risultati mettono invece in luce un modesto effetto protettivo (-4%) nei confronti del rischio di sviluppare diabete di tipo 2.”

Si scrive così in un documento pubblicato dalla rivista Nutrition Foundation of Italy.

Allo stesso tempo, però, gli autori dello studio sottolineano che il burro deve essere consumato con moderazione nell’ambito di una dieta varia ed equilibrata, ricca di frutta e verdura e che privilegi gli oli vegetali per condire.

Una vera riabilitazione, quella nei confronti del burro, che arriva anche sul piano economico.

L’abbassamento vertiginoso dei consumi di olio di palma, hanno visto un’impennata della richiesta di burro, così come rileva Coldirettti in una ricerca che risale a qualche anno fa.

La domanda di burro è aumentata mentre le importazioni di olio di palma per uso alimentare sono diminuite in Italia del 20% nei primi sette mesi del 2017 con sei italiani su dieci che evitano di acquistare prodotti alimentari che contengono olio di palma, a conferma della diffidenza che sta portando un numero crescente di imprese ad escluderlo dalle proprie ricette.

Le importazioni di olio di palma ad uso alimentare in Italia hanno invertito la rotta dopo essere più che raddoppiate negli ultimi 20 anni raggiungendo nel 2016 circa 500 milioni di chili.

Uno sviluppo enorme nonostante che alle perplessità sugli effetti sulla salute si siano aggiunte le preoccupazioni sull’impatto ambientale che – conclude la Coldiretti sta portando al disboscamento di vaste foreste, senza dimenticare l’inquinamento provocato dal trasporto a migliaia di chilometri di distanza dal luogo di produzione e, naturalmente, le condizioni di sfruttamento del lavoro delle popolazioni locali private di qualsiasi diritto.

 

Leggi anche: Burro chiarificato cos’è e come si prepara

 

 

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