L’occupazione femminile in pandemia

Il Dipartimento per le politiche della famiglia si è occupato di redigere un documento con l’obiettivo di fotografare la situazione in Italia ed Europa, dell’occupazione femminile, giovanile e dei tassi di natalità che si registrano durante la grave crisi pandemica.

Il documento è stato pubblicato dalla rivista In Genere, rilevando, in una situazione complessivamente critica, come si stia convivendo in una “combinazione di difficoltà e incertezza che tende ad indebolire le scelte di impegno positivo verso il futuro, in particolare quella di avere un figlio”.

Le radici dell’incertezza sono riconducibili, probabilmente, all’instabilità lavorativa che contraddistingue le donne.

Nel secondo trimestre 2020 l’Italia si colloca all’ultimo posto per tasso di occupazione dei giovani tra i 25-29 anni con un valore pari al 52,7% (circa 20 punti sotto la media europea).

Nella classe di età successiva (30-34 anni) l’Italia si colloca al terzultimo posto con un tasso di occupazione pari al 65,4%, dopo Turchia e Montenegro.

Tuttavia, se i giovani nel complesso sono svantaggiati, i dati sull’occupazione femminile non sono confortanti.

“I dati sull’occupazione femminile in Italia permangono preoccupanti se confrontati con quelli del resto d’Europa”.

Le donne studiano di più ma lavorano meno.

Risulta, infatti, che il 64% delle donne abbia conseguito il diploma con una quota di 5 volte maggiore rispetto al genere maschile che registra un 58,8%, tuttavia i dati sull’occupazione femminile non forniscono loro un riconoscimento lavorativo-sociale adeguato.

Continua il documento: “Inoltre, il 22,4% delle donne ha conseguito una laurea (22,6% nel II trimestre 2020), contro il 16,8% degli uomini”.

Il risultato è frutto anche di una crescita più veloce dei livelli di istruzione femminili: in cinque anni sia la quota di donne almeno diplomate, sia quella di laureate è aumentata, in entrambi i casi, di 3,5 punti percentuali, mentre per gli uomini l’incremento è stato, rispettivamente di 2,2 e di 1,9 punti.

Nonostante alcune tendenze positive: aumento della partecipazione femminile al mercato del lavoro, cambiamenti culturali profondi, come il processo di terziarizzazione dell’economia, l’aumento delle occupate straniere nei servizi alle famiglie il tasso di occupazione femminile è aumentato solamente di circa 15 punti in 40 anni (dal 33,5% del 1977 al 48,4% del II trimestre 2020).

In questo stesso periodo il divario rispetto agli uomini si è ridotto di circa 23 punti percentuali sebbene, negli ultimi anni, la tendenza sia determinata anche dal calo dell’occupazione maschile, particolarmente colpita dalla crisi economica avviatasi nel 2008.

occupazione femminile

L’occupazione femminile registra una percentuale del 48,4% contro il 66,6% di quella maschile, con un calo complessivo del 2,2%.

La diminuzione dell’occupazione si concentra complessivamente nel terziario, soprattutto nel comparto di alberghi e ristorazione e in quello dei servizi domestici alle famiglie, settore che investe maggiormente sulle donne, italiane e straniere, che in questo settore sono particolarmente rappresentate.

Come per gli uomini, anche tra le donne, il calo occupazionale indotto dall’emergenza sanitaria è particolarmente accentuato tra le più giovani.

Nella fascia d’età compresa tra i 25 e i 29 anni, l’occupazione femminile scende al 45,5% contro il 59,6% degli uomini, fornendo un divario di ben 14 punti.

Il divario è ancora più elevato nella classe di età successiva (30-34 anni), dove supera i 20 punti percentuali (il tasso di occupazione è pari al 76,1% tra gli uomini e al 54,5% tra le donne).

Il gap tra occupazione femminile e maschile è particolarmente ampio – in aumento a seguito della pandemia – quando la donna ha un’età compresa tra i 15 e i 34 anni (22,8 punti se in coppia senza figli, 45,8 punti se genitore).

La presenza di figli ha dunque un effetto non trascurabile sulla partecipazione della donna al mercato del lavoro soprattutto quando i figli sono in età prescolare.

occupazione femminile

Se ci si concentra sulle donne in età tra i 25 e i 49 anni, il tasso di occupazione passa dal 71,9% registrato per quelle senza figli al 53,4% per coloro che ne hanno almeno uno di età inferiore ai 6 anni.

La situazione più grave, ancora una volta, si osserva nel Mezzogiorno, dove lavora solo il 34,1% delle donne 25-49enni con figli piccoli, contro il 60,8% del Centro e il 64,3% del Nord.

occupazione femminile

Rispetto all’Ue in Italia è maggiore l’incidenza di donne che non hanno mai lavorato per occuparsi dei figli (11,1% a fronte di un 3,7% per il complesso dell’Unione), un fenomeno che, insieme all’interruzione lavorativa, riguarda quasi esclusivamente il sesso femminile.

Nel Mezzogiorno, questa condizione ricorre per una donna con almeno un figlio su cinque, associandosi anche a una quota più alta di donne che dichiarano di non lavorare per motivi non legati alla cura dei figli (12,1% rispetto al 6,3% della media italiana e al 4,2% della media europea).

Anche tra le madri laureate è molto più frequente la presenza di donne che non hanno mai lavorato, in particolare per prendersi cura dei figli.

 

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