Sono sempre più numerose le evidenze a supporto dei favorevoli effetti del tè nero sulla salute, che vengono in genere attribuiti principalmente alle alte concentrazioni di specifici polifenoli, i flavonoidi.
A spiegare nel dettaglio questo aspetto e gli effetti del tè nero sulla salute, è una ricerca pubblicata da Nutrition Foundation of Italy, la rivista di scienza della nutrizione italiana.
I flavonoidi sono composti presenti principalmente nelle foglie e nei germogli essiccati della Camellia sinensis, che si impiegano per la produzione dell’infuso.

Gli effetti del tè nero sulla salute rappresentano il nucleo di uno studio che ha coinvolto quasi mezzo milione di persone, di età compresa tra i 40 e i 69 anni, afferenti alla UK Biobank.
Tra coloro che consumavano tè, la maggior parte (90%) assumevano abitualmente tè nero.
La ricerca ha analizzato in modo globale gli aspetti concernenti alimentazione e stile di vita, dati genetici e fattori relativi a rischio di patologie, osservando come tra i consumatori abituali di tè nero – 80% del campione – si riducesse il rischio di mortalità rispetto a chi non ne consumasse.
Gli effetti del tè nero sulla salute si riscontrano in maniera positiva allorquando si consumano due-tre tazze al giorno, con una probabilità di morte per qualunque causa inferiore del 13% rispetto al non consumo della bevanda.
“Risultati simili sono emersi anche per consumi di tè più elevati (il 3% della popolazione allo studio ne assumeva 10 o più tazze al giorno). Il consumo di questa bevanda è risultato correlato anche a una riduzione del rischio di mortalità per malattie cardiovascolari, cardiopatia ischemica e ictus, ma non per tumori o malattie respiratorie” si scrive sulla rivista di nutrizione.

Secondo quanto divulgato dai ricercatori, i risultati dello studio si mostravano indipendenti da diversi fattori legati alla modalità di consumo della bevanda come l’aggiunta di zucchero o latte, la temperatura alla quale la bevanda veniva consumata. “Anche le varianti genetiche che influenzano la velocità con cui le persone metabolizzano la caffeina non modificavano le associazioni, suggerendo che, probabilmente, la caffeina contenuta nel tè non fosse alla base della protezione osservata”.
Nel complesso, questi risultati suggeriscono che l’abitudine di consumo potrebbe far parte di una dieta sana anche a livelli di assunzione relativamente elevati.
E concludono i ricercatori: “Va detto, tuttavia, che alcuni aspetti potenzialmente importanti, come la dimensione della porzione o il tempo di infusione, che non sono stati valutati dai ricercatori, andrebbero invece considerati in ricerche future”.





