Una rara e complessa sindrome genetica che finora ha sfidato la scienza potrebbe presto svelare i suoi segreti più intimi. Un team di ricercatori italiani, in collaborazione con esperti internazionali, ha compiuto un passo significativo nella comprensione della Sindrome di Phelan-McDermid (PMS), aprendo la strada a potenziali nuove terapie per questa condizione del neurosviluppo che colpisce bambini e famiglie.
La Sindrome di Phelan-McDermid è una patologia genetica rara, spesso sottodiagnosticata, che si manifesta con disabilità intellettiva, tratti autistici e una serie di sintomi neuropsichiatrici che impattano profondamente sulla vita dei pazienti. Ad oggi, purtroppo, non esistono cure specifiche. Ma una luce di speranza si accende grazie a una ricerca pionieristica coordinata dall’Istituto di neuroscienze del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-In) di Vedano al Lambro, in sinergia con l’Università di Ulm e la Vanderbilt University di Nashville.
Lo studio, pubblicato sulla prestigiosa rivista Molecular Psychiatry, si è focalizzato sull’approfondimento dei meccanismi biologici alla base della PMS. È noto che nella maggior parte dei casi, la sindrome è legata alla perdita di una piccola regione, denominata q13, su uno dei due cromosomi 22. All’interno di questa porzione genetica “mancante” risiede un gene cruciale: SHANK3. Questo gene contiene le istruzioni per la produzione della proteina omonima, shank3, che svolge un ruolo fondamentale in diversi organi, con un’azione particolarmente critica nel cervello. Proprio l’assenza di questa proteina sembra essere la causa principale delle disfunzioni sinaptiche che caratterizzano le persone affette da PMS.
Il team di ricerca ha intrapreso un’indagine minuziosa per decifrare come il gene SHANK3 influenzi le intricate funzioni neuronali. Attraverso un ingegnoso confronto tra modelli animali e modelli neuronali “in provetta”, ottenuti da cellule staminali pluripotenti umane derivate da pazienti con PMS, i ricercatori hanno fatto una scoperta chiave: l’assenza di SHANK3 ha un impatto diretto sull’espressione di un’altra proteina, chiamata Rpl3. Questa proteina è essenziale per il funzionamento dei ribosomi, gli organelli cellulari responsabili della sintesi proteica, il processo fondamentale per la creazione di tutte le proteine necessarie al corpo.
La conseguenza di questa “cascata” molecolare è una riduzione significativa dei livelli di espressione della proteina Rpl3 nelle aree cerebrali della corteccia e dello striato, regioni cruciali per le funzioni cognitive e motorie. Inoltre, il team ha compiuto un passo avanti ancora più significativo, dimostrando che sia l’espressione della proteina Rpl3 sia la sintesi proteica sono strettamente legate all’attivazione di un recettore presente sulla superficie delle cellule nervose, chiamato mGlu5. Questo recettore agisce come una sorta di “interruttore biologico”, in grado di innescare reazioni all’interno della cellula quando riceve specifici segnali chimici dall’esterno.
Forte di questa scoperta cruciale, il team ha intrapreso un’entusiasmante strada terapeutica. Hanno avviato un trattamento sperimentale utilizzando una molecola capace di “riaccendere” i segnali interni collegati al recettore mGlu5. I risultati sono stati promettenti: questo approccio è riuscito a ristabilire la corretta produzione della proteina Rpl3 e a ripristinare una normale sintesi proteica in due zone cerebrali chiave, la corteccia e lo striato, nei modelli animali utilizzati nello studio.
“Il trattamento ha portato a miglioramenti duraturi a livello di comportamento”, afferma con entusiasmo Chiara Verpelli, ricercatrice del Cnr-In che ha coordinato lo studio. “I nostri risultati suggeriscono, pertanto, che la ridotta sintesi proteica correlata all’assenza del gene SHANK3 sia un fattore chiave nello sviluppo dei comportamenti autistici associati alla Sindrome di Phelan-McDermid. Di conseguenza, il ripristino precoce e cronico della funzione del recettore mGlu5 in fase postnatale potrebbe rappresentare una strategia efficace per correggere questa anomalia e ottenere effetti benefici duraturi nel tempo.”
Questo studio non solo aggiunge un tassello fondamentale alla comprensione delle basi biologiche di una patologia ancora poco studiata e spesso trascurata in termini di finanziamenti, ma fornisce anche nuove preziose informazioni sul meccanismo d’azione dei farmaci che modulano l’attività del recettore mGlu5. Questi composti potrebbero rappresentare una nuova e promettente strategia terapeutica per individui affetti dalla Sindrome di Phelan-McDermid con delezioni o mutazioni del gene SHANK3, aprendo una concreta speranza per il futuro di questi pazienti e delle loro famiglie. La ricerca italiana si conferma ancora una volta all’avanguardia nella lotta contro le malattie rare, illuminando il cammino verso nuove e tanto attese cure.





