Un atto di violenza sconvolgente nel cuore di Manhattan ha riportato alla ribalta una condizione neurologica ancora poco compresa ma devastante: l’Encefalopatia Traumatica Cronica (CTE), conosciuta anche come la “demenza dei pugili”. Shane Devon Tamura, il 27enne di Las Vegas autore della sparatoria in un grattacielo di Park Avenue a New York, ha lasciato dietro di sé non solo orrore, ma anche un disperato messaggio: un biglietto in cui rivelava di soffrire di CTE e chiedeva che il suo cervello fosse esaminato dopo la morte. Questa richiesta, insolita e carica di significato, punta i riflettori su una malattia che trascende l’ambito sportivo e tocca corde profonde della salute pubblica e mentale.
CTE: Degenerazione Progressiva e Origini dei Traumi
La CTE è definita dal Manuale MSD, una delle fonti mediche più autorevoli a livello globale, come una “degenerazione progressiva delle cellule cerebrali a causa di vari traumi cranici”. Sebbene sia stata identificata per la prima volta negli anni ’20 del secolo scorso proprio nei pugili – da cui l’originaria denominazione di “demenza pugilistica” – in tempi più recenti la sua comprensione si è ampliata. Oggi sappiamo che colpisce tipicamente atleti esposti a traumi cranici ripetuti, come quelli subiti da alcuni professionisti e giocatori di football americano universitario ritirati. Ma la minaccia si estende anche a soldati che hanno subito traumi cerebrali a causa di esplosioni (lesioni da scoppio) durante il combattimento.
La scienza è ancora al lavoro per decifrare appieno i meccanismi di questa malattia: gli esperti non hanno ancora chiarito perché solo alcune persone esposte a traumi cranici ripetuti sviluppino la CTE, né quante lesioni o quanta forza siano necessarie per innescare questo disturbo degenerativo. Ciò rende la prevenzione e l’identificazione precoce ancora più complesse.
I Sintomi Invisibili e Debilitanti della CTE
Chi soffre di Encefalopatia Traumatica Cronica può manifestare una gamma di sintomi che ne compromettono gravemente la qualità della vita:
- Cambiamenti dell’umore: Depressione profonda, irritabilità, senso di disperazione, e in alcuni casi, pensieri suicidi. Questo aspetto è particolarmente inquietante se si considera il gesto estremo del killer di New York.
- Alterazioni del comportamento: Agire impulsivamente o aggressivamente, perdere facilmente la pazienza, spesso in modi che contrastano con il carattere precedente dell’individuo.
- Cambiamenti della funzione mentale: Difficoltà di memoria, problemi nella pianificazione e nell’organizzazione, confusione mentale che può progredire fino a una vera e propria demenza.
- Problemi muscolari: Movimenti rallentati, perdita di coordinazione e difficoltà fisiche nel produrre il linguaggio (disartria).
È cruciale notare che i sintomi della CTE possono avere un esordio insidioso e ritardato. Possono non svilupparsi fino a un’età avanzata, talvolta non prima dei 60 anni. Tuttavia, in altri casi, i cambiamenti dell’umore e del comportamento possono manifestarsi già in età adulta giovane, tra i 30 e i 40 anni.
Diagnosi Complessa e Nessuna Cura Specifica
La diagnosi di CTE rimane una delle maggiori sfide mediche. I medici possono sospettare la presenza di CTE in individui che hanno subito molteplici traumi cranici e che lamentano i sintomi tipici, in assenza di altre patologie che possano spiegare meglio tali disturbi. Per escludere altre condizioni, viene solitamente eseguito un esame di diagnostica per immagini, come la risonanza magnetica (RMI).
Tuttavia, ad oggi, non esistono esami diagnostici che possano confermare con certezza la CTE in vita. L’unico modo per accertare in modo definitivo la malattia è attraverso l’esame microscopico di un campione di tessuto cerebrale post-mortem, durante l’autopsia. Questo spiega la pressante richiesta di Shane Devon Tamura: un’ultima, drammatica supplica per una diagnosi certa che potesse dare un senso al suo tormento.
Purtroppo, per l’encefalopatia traumatica cronica non esiste un trattamento specifico in grado di arrestare o invertire la degenerazione. Le cure si concentrano sulle misure di sicurezza e sostegno, simili a quelle adottate per altre forme di demenza. La consulenza psicologica e la somministrazione di farmaci per alleviare i sintomi (ad esempio, depressione o aggressività) sono i principali strumenti a disposizione per gestire la malattia e migliorare la qualità della vita dei pazienti.
Il caso di New York e le parole del giovane killer riaccendono i riflettori su una patologia che mette in discussione la sicurezza di alcune pratiche sportive e l’esposizione a traumi ripetuti, richiamando l’attenzione sulla necessità urgente di ricerca, prevenzione e supporto per chi è a rischio.





