Un numero scritto a penna sulla mano di un uomo, l’unico segno, in mezzo a un mare di sconosciuti, di una battaglia che stava combattendo in silenzio. Quel numero era il valore della sua glicemia, e quando Rebecca, la leader del team medico a bordo della nave Ocean Viking di Sos Mediterranee, lo ha visto, non riusciva a credere ai suoi occhi. Era un valore così alto, 7 volte superiore alla norma, da sembrare un errore. E invece, un secondo test ha confermato la cruda realtà: quel migrante, sopravvissuto a un naufragio, camminava e parlava con una quantità di zucchero nel sangue che avrebbe dovuto essergli fatale. La sua storia, come quella di innumerevoli altri, era un drammatico racconto di malattia cronica non curata e di un’umanità privata del diritto più basilare: l’accesso alle cure.
Questo caso, incredibile ma non isolato, getta una luce potente su una delle tante problematiche che i soccorritori si trovano ad affrontare nel vasto, e spesso crudele, specchio d’acqua che è il Mediterraneo. Oltre alla stanchezza, ai traumi della traversata e alle ferite immediate, i migranti portano con sé un carico invisibile di malattie pregresse, spesso mai curate, che trasformano la loro ricerca di salvezza in una corsa contro il tempo per la loro stessa vita.
Un Numero da Brividi: La Glicemia che Racconta una Storia
“L’equipaggio di Astral”, la nave che per primo lo aveva soccorso, “aveva identificato un diabetico e aveva effettuato un test, scrivendo il risultato sulla sua mano. Quello che ho letto mi ha sconvolto. Non era possibile che qualcuno avesse livelli di zucchero nel sangue così alti e continuasse a camminare e a parlare come quell’uomo”, ha raccontato Rebecca. Dopo aver ricontrollato, scoprendo che il valore era addirittura aumentato, l’équipe medica ha compreso l’intera storia. All’uomo era stato diagnosticato il diabete di tipo 2 alcuni mesi prima, ma, a causa delle circostanze, non aveva avuto accesso a nessuna terapia per gestire adeguatamente la sua condizione. Quel numero era l’unica traccia di una diagnosi, la sua unica speranza di essere curato.
Il caso è un esempio lampante di come la povertà e l’assenza di un sistema sanitario si sommino ai pericoli del viaggio. Quella glicemia record non era un’anomalia, ma la punta dell’iceberg di una sofferenza diffusa che solo i soccorritori in mare possono testimoniare.
Una Clinica Galleggiante: La Sanità nel Cuore del Mediterraneo
A bordo della Ocean Viking c’è una vera e propria clinica galleggiante. L’équipe è composta da quattro professionisti (un’infermiera, un’ostetrica, un medico e il team leader) che si occupano di offrire le prime cure alle persone appena soccorse. Il lavoro è “impegnativo e per sua natura imprevedibile”, come ha spiegato Rebecca, ostetrica di formazione che si dedica a questa missione ormai da anni.
Le condizioni mediche che si trovano ad affrontare sono le più disparate: si va dalle “condizioni croniche debilitanti, disabilità, malattie tropicali, traumi” a semplici cure primarie per chi non ha mai visto un dottore in vita sua. A questo si aggiungono le problematiche acute che insorgono durante la traversata: ipotermia, mal di mare, grave disidratazione e le terribili ustioni da carburante, spesso provocate dal contatto prolungato con il combustibile fuoriuscito dai motori dei barconi. Capita anche che i soccorritori si trovino a dover assistere persone con disabilità, come nel 2023, quando una ventina di migranti con difficoltà motorie, tra cui diversi minori, hanno ricevuto assistenza a bordo della nave.
Le Ferite Invisibili: Traumi e Sofferenza Psicologica
Oltre alle ferite fisiche, l’équipe medica si trova ad affrontare un carico immenso di disturbi mentali e traumi. Molti dei sopravvissuti provengono dai campi di detenzione libici, dove hanno subito violenze e torture, o sono stati testimoni di orrori durante la traversata in mare. La paura, la violenza e la disumanizzazione segnano in modo indelebile la loro psiche, manifestandosi in insonnia, ansia e difficoltà a prendersi cura di sé.
Ma anche in questo buio, c’è una luce di speranza. “È incredibile vedere le comunità unirsi a bordo quando si tratta di salute mentale e di reazioni a situazioni traumatiche”, ha raccontato Rebecca. Spesso, persone che non si conoscevano prima della traversata si prendono cura l’una dell’altra, offrendo supporto e solidarietà. “Molte volte ho visto sopravvissuti sostenersi l’un l’altro nella gestione dei sintomi, aiutandosi a rivolgersi all’équipe medica quando non riescono a dormire o hanno difficoltà a prendersi cura di sé. Spesso si preoccupano degli altri prima che di sé stessi, costruendo intorno a loro una comunità aperta e solidale”.
La Ricompensa Umana: Perché i Soccorritori Continuano a Lottare
Il lavoro dei soccorritori in mare è una battaglia quotidiana contro l’indifferenza e la disperazione. Ma la ricompensa, come ha confidato Rebecca, non è economica o professionale. “La cosa che amo di più del mio lavoro è proprio la possibilità di aiutare persone che spesso non hanno mai ricevuto cure: persone che hanno subito violenze, torture, abusi sessuali, che non hanno mai avuto accesso all’assistenza sanitaria o persone affette da malattie croniche che non sono state curate”.
La loro missione va oltre il salvataggio in sé. Si tratta di un’affermazione di umanità, un tentativo di ripristinare la dignità e dimostrare a chi ha perso tutto che c’è ancora qualcuno cui interessa ciò che gli accade. È un lavoro di cura che va oltre il corpo, per toccare l’anima, offrendo non solo un’ultima possibilità di vita, ma anche un barlume di speranza in un mondo che sembra averla dimenticata.





