La demenza, con le sue diverse forme e la sua devastante progressione, rappresenta una delle sfide sanitarie più complesse e sentite del nostro tempo. Per decenni, la ricerca si è concentrata quasi esclusivamente sulle cause biologiche e neurologiche della malattia: le placche amiloidi, i grovigli di proteina tau e i complessi meccanismi genetici all’interno del cervello. Tuttavia, una nuova e promettente corrente di pensiero sta emergendo, suggerendo che la soluzione potrebbe non risiedere unicamente all’interno della scatola cranica, ma anche al di fuori di essa, nel mondo in cui viviamo.
È con questo obiettivo rivoluzionario che è nato il consorzio internazionale Demon – Deep dementia phenotyping – Social determinant of dementia (SDOD) international research group, che si propone di contribuire a un radicale cambio di paradigma nella prevenzione e nella gestione della demenza. L’obiettivo è quello di guardare non solo al cervello, ma anche all’ambiente, alle condizioni di vita e alle disuguaglianze sociali che possono influenzare in modo decisivo la nostra salute cognitiva. In questa ambiziosa iniziativa globale, l’Università di Verona si distingue come l’unico ateneo italiano coinvolto, grazie al contributo dei ricercatori Stefano Tamburin ed Elisa Mantovani, della sezione di Neurologia B.
Un Cambio di Paradigma: La Demenza Non È Solo una Questione Neurologica
La vecchia visione della demenza come una malattia puramente neurologica, da affrontare con farmaci e terapie mirate al cervello, sta lasciando il passo a una prospettiva più olistica e complessa. Il nuovo paradigma si basa sulla teoria dei determinanti sociali della salute, che riconosce come fattori esterni al nostro corpo – come il reddito, l’istruzione, l’accesso all’assistenza sanitaria e la qualità dell’ambiente circostante – abbiano un impatto enorme sul nostro benessere fisico e mentale.
La demenza, in quest’ottica, non è più vista come una sfortunata lotteria genetica o una semplice conseguenza dell’invecchiamento, ma come il risultato di un’intricata interazione tra la predisposizione biologica e un’intera gamma di fattori sociali, economici e ambientali che si accumulano nel corso di una vita. La partecipazione dell’Università di Verona al consorzio Demon-SDOD è un segnale forte che anche la ricerca italiana si sta orientando verso questa visione, riconoscendo che per combattere la demenza è necessario intervenire su più fronti.
I Fattori Sociali di Rischio: Da Quelli Noti ai Nuovi Orizzonti
Il contributo dei ricercatori veronesi è stato fondamentale per una recente revisione della letteratura scientifica i cui risultati sono stati pubblicati sulla prestigiosa rivista Alzheimer’s & Dementia. Questo lavoro ha sintetizzato lo stato dell’arte e ha evidenziato in modo chiaro i fattori sociali di rischio che influenzano lo sviluppo della demenza.
Fattori Ben Documentati:
- Istruzione: È scientificamente provato che un livello di istruzione più elevato crea una “riserva cognitiva”, rendendo il cervello più resiliente ai danni e ritardando la comparsa dei sintomi.
- Condizione socioeconomica: Povertà, instabilità finanziaria e difficoltà di accesso a servizi di base sono strettamente correlati a un maggior rischio di demenza.
- Inquinamento atmosferico: Studi recenti hanno mostrato un legame preoccupante tra l’esposizione a particelle sottili e un aumento dell’infiammazione cerebrale, un processo patologico che è stato collegato alla demenza.
Fattori Ancora Poco Esplorati: La ricerca veronese ha anche messo in luce ambiti che necessitano di maggiore attenzione. Tra questi, la qualità dell’abitare – che include l’accesso a spazi verdi, la stabilità dell’alloggio e la presenza di ambienti stimolanti – e addirittura la detenzione. Queste aree, spesso trascurate dalla ricerca tradizionale, potrebbero rivelare meccanismi sorprendenti su come lo stress cronico, l’isolamento sociale e la mancanza di stimoli influenzino la salute del cervello.
Un ulteriore dato cruciale emerso dalla revisione è che la maggior parte dei dati disponibili proviene da Paesi ad alto reddito, lasciando un enorme vuoto di conoscenza in contesti più fragili e vulnerabili, dove l’incidenza della demenza è in forte crescita.
La Speranza e i Limiti delle Nuove Terapie Farmacologiche
Mentre il consorzio Demon-SDOD si concentra sulla prevenzione e sui fattori sociali, il mondo della medicina non è fermo. Le nuove speranze terapeutiche sono legate a farmaci biologici di recente approvazione, come lecanemab e donanemab, che agiscono sulla patologia amiloide. Questi farmaci, approvati dall’Agenzia europea per i medicinali (Ema), rappresentano un’innovazione.
Tuttavia, come sottolineano Tamburin e Mantovani, è necessario mantenere un approccio cauto e realistico. La loro efficacia è ancora limitata, i rischi non sono trascurabili e la loro gestione clinica è complessa, richiedendo una diagnostica avanzata e monitoraggi costanti. Il problema più grande, tuttavia, è legato all’accessibilità: questi trattamenti, estremamente costosi e complessi, saranno difficilmente disponibili in molti contesti, lasciando una gran parte della popolazione mondiale senza opzioni terapeutiche.
La Prevenzione “a Monte”: Politiche Collettive e Impegno Sociale
Di fronte ai limiti delle terapie farmacologiche e all’aumento globale dei casi di demenza, la prevenzione assume un ruolo non più marginale, ma centrale. E la prevenzione, secondo il nuovo paradigma, non può limitarsi ai consigli sul corretto stile di vita individuale, ma deve agire sui determinanti sociali “a monte” della malattia.
Ciò significa che combattere l’inquinamento atmosferico, ridurre le disuguaglianze abitative e migliorare la qualità della vita in ogni contesto non sono solo obiettivi sociali, ma veri e propri interventi di salute pubblica per contrastare la demenza. Queste sfide richiedono politiche collettive, l’impegno dei governi e una visione che vada oltre il semplice trattamento medico.
Il contributo dei ricercatori veronesi all’interno del consorzio internazionale è un primo passo cruciale in questa direzione. “Il nostro prossimo obiettivo è la creazione di una task force europea dedicata ai determinanti sociali della demenza”, conclude il professor Tamburin. Un’iniziativa che mira a coinvolgere nuovi ricercatori e a trasformare la lotta contro la demenza da un problema medico a un’azione sociale e collettiva, offrendo un barlume di speranza per un futuro in cui la salute cognitiva non sia più un privilegio.





