Sara Giada Gerini è una delle voci più autorevoli – e autentiche – del mondo della sordità in Italia. Sorda dalla nascita, a causa di una rosolia contratta dalla madre durante la gravidanza, Sara ha trasformato la sua condizione in un punto di forza e di attivismo. Non ama essere definita “sordomuta” – “so parlare e comunicare con tutti” – e si batte da anni per i diritti delle persone con disabilità uditive.
Il suo video virale con l’hashtag #FacciamociSentire ha dato il via a una campagna di civiltà per rendere accessibili i programmi TV attraverso i sottotitoli, e il suo libro #FacciamociSentire – La sfida invisibile è diventato un manifesto di inclusione.
Oggi Sara ci racconta il suo punto di vista sul ruolo dell’audioprotesista, tra empatia, ascolto e comunicazione strategica.
Come vivi il mondo degli Audioprotesisti dal punto di vista del paziente, e qual era l’approccio relazionale che incontravi più spesso in passato?
Mi sono sentita trattata come da cavia, come se fossi solo un numero, e la maggior parte degli incontri erano sbrigativi. L’approccio relazionale era spesso assente: solo botta e risposta, nessuna empatia o supporto emotivo.
Inoltre, cosa vedi di diverso in termini di comunicazione e accoglienza negli Audioprotesisti che incarnano l’approccio ideale oggi?
A mio parere, c’è ancora molto lavoro da fare. Innanzitutto, sulla comunicazione: un’abilità fondamentale è l’empatia, che purtroppo ancora pochi professionisti utilizzano pienamente. L’approccio più caldo e umano può fare davvero la differenza nell’esperienza del paziente.
Nella tua visione ideale, come utente e attivista, cosa vorresti che accadesse nel ruolo dell’Audioprotesista?
L’audioprotesista dovrebbe essere un professionista che fa sentire il paziente a suo agio, che non lo giudica o lo fa sentire in difetto. Spesso, i pazienti entrano sfiduciati: l’esperienza di una perdita uditiva può far sentire isolati e disconnessi dalla società. Vorrei un ruolo che, oltre alla competenza tecnica, si concentri anche sull’aspetto umano, offrendo supporto emotivo, ascolto e rassicurazione.
Quale dovrebbe essere la sua evoluzione prioritaria: più focalizzata sulla tecnologia, sul counseling emotivo-motivazionale (come quello basato sulle Neuroscienze) o sull’integrazione sociale del paziente ipoacusico?
Credo che l’evoluzione più importante sia un equilibrio tra tutte e tre le dimensioni. Tuttavia, se dovessi sceglierne una, opterei per l’integrazione sociale del paziente ipoacusico. Aiutare il paziente a sentirsi parte attiva e inclusa nella comunità può fare una grande differenza nel suo benessere complessivo. La tecnologia e il counseling sono strumenti che devono supportare questa finalità più ampia di inclusione.
Puoi raccontarci brevemente la tua esperienza con la protesizzazione acustica, in particolare: cosa è cambiato per te emotivamente e strategicamente dall’esperienza passata a quelle più recenti?
Da quando ho lanciato la campagna di sensibilizzazione sulla sordità, ho ricevuto molte testimonianze di persone con problemi di udito. La maggior parte condivide il feedback che gli audioprotesisti sono spesso visti come venditori di apparecchi, più che come professionisti di supporto. Ho capito che è necessario cambiare approccio, metodi e modalità di comunicazione, puntando molto di più sull’ascolto empatico e sulla comprensione delle esigenze individuali.
Hai notato un cambiamento nella capacità dei professionisti di affrontare il lato “invisibile” e psicologico della sordità, come i bias cognitivi o la paura del giudizio?
In alcuni professionisti ho notato miglioramenti, ma sono ancora pochi. C’è molto lavoro da fare, soprattutto nell’inserire temi di psicologia della sordità nelle università e offrire formazione pratica agli studenti fin dai primi anni di studio.
La tua campagna #FacciamociSentire è una battaglia per dare voce. Traslando questo concetto al professionista, quali sono i tre consigli non tecnici, ma relazionali e strategici (ad esempio, sull’ascolto, sulla PNL o sulla gestione delle obiezioni), che ti sentiresti di offrire a un Audioprotesista neolaureato?
Imparare ad ascoltare veramente, senza voler subito “rispondere”. Restare in silenzio anche per una giornata intera, per comprendere meglio il paziente e le sue emozioni. Fare esperienza su se stessi, affinando l’autoconsapevolezza e la gestione delle proprie reazioni emotive. Questo permette di instaurare rapporti più autentici e di ascolto profondo.
Per molti, accettare la perdita uditiva e l’uso di apparecchi acustici è un percorso psicologico complesso. Dal tuo punto di vista di fruitrice esperta e attivista, quale aspetto non tecnico ritieni più importante che l’Audioprotesista debba padroneggiare?
Credo che il più importante sia la capacità di supportare emotivamente il paziente. L’accettazione richiede tempo e pazienza: l’audioprotesista deve essere in grado di ascoltare e sostenere il paziente come se fosse in una fase di lutto, creando uno spazio di fiducia e comprensione.
E come può, secondo te, il professionista Hearing Coach utilizzare la comunicazione strategica per trasformare l’apparecchio da “ausilio” a simbolo di “potenziamento” e inclusione?
Può essere semplicemente se stesso, spiegando chiaramente i benefici dell’apparecchio, facendo capire che rappresenta una rinascita piuttosto che una perdita. Porre molte domande per capire cosa il paziente sente e percepisce, e spiegare come l’apparecchio possa aiutare a riacquistare una partecipazione attiva nella vita quotidiana e sociale.





