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Salute Buongiorno > Blog > Medicina > Audioprotesista moderno > Oltre il Silenzio: L’Approccio Umano di Miriam Giaimo alla Salute Uditiva
Audioprotesista modernoMedicina

Oltre il Silenzio: L’Approccio Umano di Miriam Giaimo alla Salute Uditiva

Redazione
Last updated: 30 Gennaio 2026 5:43
By Redazione
1 settimana ago
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16 Min Read
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Nel panorama sanitario contemporaneo, siamo spesso abituati a una rigida separazione tra le discipline. Da un lato la tecnica, fredda e misurabile; dall’altro le scienze umane, votate all’ascolto e all’analisi del contesto sociale. Tuttavia, esistono professionisti capaci di scardinare questi compartimenti stagni per costruire un modello di cura più completo e, soprattutto, più efficace. È il caso di Miriam Giaimo, audioprotesista e sociologa, una figura che sta ridefinendo i confini della riabilitazione uditiva attraverso una lente multidisciplinare.

Laureata presso l’Università degli Studi di Catania, la dottoressa Giaimo non si limita a “regolare” un dispositivo tecnologico. Il suo lavoro parte da una premessa fondamentale: l’ipoacusia non è solo una perdita di decibel, ma una complessa dinamica che incide profondamente sul tessuto relazionale e sull’identità dell’individuo. In questa intervista, esploriamo come l’unione tra competenze tecniche e sensibilità sociologica possa trasformare il percorso di cura in una vera e propria rinascita comunicativa. Con lei abbiamo scambiato quattro chiacchiere sulle audioprotesi e non solo.

Lei ha affrontato due percorsi di studio distinti (Audioprotesi e Sociologia). Ci racconti le motivazioni del momento in cui, nel suo percorso professionale o formativo, un progetto o un piano che riteneva solido ha fatto posto all’altro.

La Sociologia mi ha affascinato fin da subito per la sua complessità e interezza, poiché pone l’essere umano al centro, spiegando le dinamiche di gruppo, i percorsi di crescita e il costrutto sociale, come una vera “psicologia della società”. Durante gli studi accademici ho sentito il desiderio di applicare empiricamente queste conoscenze. Il momento di svolta è coinciso con la scoperta della teoria di Talcott Parsons sul “sick role”, la quale mi ha colpito profondamente; ho deciso pertanto di approfondire autonomamente la Sociologia clinica, non prevista dal mio corso, e di dedicarle la tesi, applicandola alla genetica medica. Questo percorso mi ha ispirata a entrare nel mondo sanitario. L’incontro con l’audioprotesi è stato casuale, ma fin da subito ne ho apprezzato la natura eclettica, in quanto coniuga comunicazione empatica, ascolto e relazione d’aiuto. Le competenze sociologiche mi hanno assicurato un vantaggio nella comprensione delle dinamiche professionista-paziente, della psicologia e dell’impatto sociale dell’ipoacusia, e del ruolo chiave dell’audioprotesista. Puntare su questi aspetti, più che su quelli tecnici o commerciali, grazie anche alla mia predisposizione naturale alla comunicazione empatica, si è rivelata la carta vincente per costruire i rapporti di fiducia con i miei assistiti, i quali mi gratificano più di ogni altra cosa.

Il valore di un apparecchio acustico è spesso, ancora oggi, oscurato dallo stigma sociale legato all’identità. Come riesce a creare ‘Fiducia nella Relazione’ quando il paziente ipoacusico associa il dispositivo alla ‘vergogna sociale’? Qual è l’argomentazione sociologica più solida che utilizza per ri-definire l’atto di indossare l’apparecchio, elevandone il valore percepito?

Nel contesto della relazione audioprotesica, la fiducia dell’assistito nasce da due pilastri: la validazione e la normalizzazione della sua esperienza emotiva. Quando la persona sente che la sua vergogna è legittima, viene accolta senza giudizio e la soluzione acustica si lega gradualmente a identità, autonomia e relazioni, anziché solo al deficit, si pongono le basi per una riabilitazione audioprotesica di successo. Un ampio numero di persone evita l’apparecchio perché vi associa un’etichetta di diversità, tendendo, così, a nascondere il problema, alienarsi e isolarsi socialmente; la relazione terapeutica diventa, allora, uno spazio sicuro per esprimere queste preoccupazioni senza ulteriore vergogna. Riconoscere esplicitamente un contesto sociale giudicante e un’ideologia culturale abilista è il primo passo affinché il senso di colpa, di diversità o di “peso” si sposti dall’individuo alla società, colpevole di scarsa accettazione e perpetuazione dello stigma. La fiducia si rafforza quando l’audioprotesista adotta un atteggiamento di affermazione della disabilità, evitando linguaggi pietistici o persuasivi diretti (come “se non lo usa, l’udito peggiora”). Al contrario, si imposta una comunicazione inclusiva, empatica, priva di pressione o imposizione, che restituisce controllo e sostiene l’autonomia dell’ipoacusico. Si passa, così, dall’associare l’apparecchio a disabilità, vecchiaia o a minori capacità cognitive, al vederlo come strumento di partecipazione attiva, collegandolo a scenari di ascolto significativi per il paziente e identificando anche solo una situazione dove il dispositivo è percepito come alleato, non come nemico. Come sociologa e  audioprotesista sposto l’attenzione dal problema individuale al contesto sociale che genera vergogna e resistenza, aiutando l’assistito a considerare l’ausilio come mezzo per gestire meglio quel contesto, non come marchio di debolezza. Integro, pertanto, competenze tecniche con una lettura critica dei fattori sociali che alimentano stigma, vergogna e bassa aderenza protesica. Erving Goffman definisce lo stigma come un tratto che svaluta socialmente la persona, rendendola “deviante” rispetto al gruppo: nell’ipoacusia, la perdita uditiva è spesso nascondibile, ma l’apparecchio la rende visibile, attivando un’”identity threat”, ovvero il timore che gli altri ridefiniscano la propria identità. Rielaborando questo concetto si può evidenziare come, in altri contesti culturali, gli apparecchi simboleggino competenza, responsabilità e cura di sé, non debolezza. Un altro aspetto cruciale è lavorare sulle reazioni svalutanti dei normo udenti: sospiri, irritazione nel ripetere e battute, non fanno altro che rinforzare la vergogna e indurre l’ipoacusico a strategie di copertura o rinuncia. Queste dinamiche quotidiane spiegano perché, in fase di post-protesizzazione, l’utilizzo rimanga basso se i contesti relazionali, soprattutto familiari, non evolvono. L’audioprotesista assume, ancora una volta, un ruolo sociale attivo, educando ed informando l’entourage con briefing mirati all’acquisizione di modelli comunicativi condivisi, chiari e adatti al soggetto ipoacusico, al fine di garantirgli l’accessibilità e il diritto alla comunicazione.

“L’audioprotesista moderno deve guidare il paziente nel lungo periodo. Come la sua Empatia, supportata dalla Sociologia, le permette di prevenire i fallimenti nell’adattamento? Può descrivere l’uso di un modello sociologico per identificare e mitigare le dinamiche disfunzionali prima che causino l’abbandono?”

L’audioprotesista, per parlare in termini sociologici, ha l’obiettivo di reintegrare nel proprio ruolo sociale il paziente, restituendolo ad una vita attiva. Il legame che si instaura tra l’audioprotesista e il suo assistito è un vero e proprio rapporto per la vita. Il mio approccio sociologico-clinico al soggetto ipoacusico prende ispirazione dal “modello biopsicosociale” il quale supera la visione medica del deficit e pone al centro dell’attenzione l’identità personale dell’assistito, il suo potenziale di miglioramento e la sua autonomia. La sordità può generare ansia, timore di essere fraintesi, tristezza e isolamento sociale. L’audioprotesista deve, per poter fare una buona valutazione, considerare l’esperienza soggettiva del malessere, ovvero lo stato di sofferenza così come è percepito dalla persona. Strategie chiave per prevenire fallimenti del percorso protesico riabilitativo includono: l’attenzione focalizzata sulla persona e i suoi desideri di risocializzazione, non solo sulle sue limitazioni; l’integrazione della dimensione biologica del deficit con le sfere psicologiche e sociali; una comunicazione inclusiva ed empatica, personalizzata per l’assistito e suoi accompagnatori; lo sviluppo di un’autonomia personale; la progettazione personalizzata, evitando standardizzazioni, e la collaborazione attiva con i caregiver. Questi sono gli aspetti che portano il soggetto ipoacusico a sentirsi protagonista di un progetto volto a superare l’isolamento, l’alienazione, la rinuncia e i pregiudizi legati ad un futuro negato dalla disabilità. Il modello relazionale, superando quello paternalistico, presuppone col proprio assistito un rapporto simmetrico e reciproco, nel quale empatia, umanizzazione della cura, riconoscimento dell’individualità e coinvolgimento dei familiari come mediatori migliorano l’adesione terapeutica.

Le Neuroscienze Comportamentali ci insegnano che il cervello resiste al cambiamento. Qual è una ‘Tecnica di Anchoring’ (ancoraggio emotivo/sociale), appresa dalla Sociologia, che lei utilizza per superare la resistenza iniziale del paziente in modo rapido, garantendo un’alta efficienza comunicativa fin dal primo incontro?

Max Weber, uno dei più grandi Sociologi della storia, diceva che le emozioni sono motivazioni fondamentali dell’agire umano, non solo irrazionalità, e influenzano le relazioni sociali. Questa visione mi ha ispirata a sviluppare una tecnica di ancoraggio emotivo/sociale per superare rapidamente la resistenza iniziale del paziente, garantendo efficienza comunicativa fin dal primo incontro e instaurando un’alleanza terapeutica solida. Cerco sempre, nella fase di counselling iniziale, di creare un ponte emotivo che attivi la sensazione di essere accomunati da qualcosa, trovando un dettaglio personale dal racconto dell’assistito – un luogo di origine, un interesse comune, il nome di un nipote – da poter collegare alla mia storia personale. Questo attiva due pensieri inconsci: “alla dottoressa interessa la mia vita, non solo il mio deficit”; “Condividiamo qualcosa, siamo più vicini”. Alla fine della visita, l’emozione dominante sarà questa connessione positiva, non le ansie sul percorso o sul costo protesico. Negli incontri successivi pongo sempre delle domande relative a quell’elemento che ha innescato l’ancoraggio, per rievocare consapevolmente il legame emotivo che si è stabilito, facendo sentire la persona non come uno dei tanti, ma qualcuno di cui ricordo la storia e le caratteristiche uniche e personali. L’ancoraggio è un potente mezzo sociologico e psicologico per influenzare la percezione e lo stato emotivo delle persone, va usato onestamente per guidare decisioni, trasformando il bias cognitivo in base di fiducia per l’intero percorso protesico-riabilitativo. Richiede un grande impegno e sforzo da parte del professionista sanitario, il quale deve essere in grado di comprendere ed estrapolare, in pochissimo tempo, dal racconto che ascolta, l’informazione chiave, capirne il valore soggettivo, collegarla alla propria storia personale, associarla e ricordarla nel tempo, come punto di riferimento per il percorso successivo. Questa tecnica mantiene alta l’attenzione, evitando che l’accoglienza iniziale sfoci in superficialità e distacco post-vendita. La percezione di essere al centro dell’attenzione permea non solo la persona con disabilità, ma si estende anche ai familiari che la accompagnano, i quali, vedendo il loro caro al centro, si sentono coinvolti, diventano alleati nella compliance terapeutica e sostengono emotivamente l’assistito, spronandolo con sicurezza. In definitiva, si innesca un circolo virtuoso di condizionamento emotivo e assolvimento delle aspettative che porta a superare qualsiasi paura iniziale e ad ottimizzare i benefici della terapia protesica, prevenendo resistenze neuro-comportamentali grazie a un’empatia sociologicamente fondata.

La Sociologia le dà una visione unica sul futuro. Se la tecnologia rende il ruolo tecnico sempre più automatizzato, in che modo la sua competenza unica come Sociologa e Tecnico Audioprotesista può ridefinire il ruolo dell’Hearing Coach per garantire la sopravvivenza professionale della categoria nei prossimi anni?

Oggi si parla costantemente di intelligenza artificiale, un progresso tecnologico senza precedenti che permea l’intera società e, ormai, applicata anche ai dispositivi acustici. Consente a noi audioprotesisti di superare sfide tecniche complesse, come la discriminazione del parlato in contesti di ascolto competitivi, ottimizzando il rapporto segnale-rumore. La tecnologia colma deficit altrimenti irrimediabili, ma è destinato a rappresentare un aiuto limitato se non affiancato da una comprensione profonda del ruolo sociale dell’audioprotesista. Promuovo, pertanto, di spostare così l’attenzione dalla IA all’IE, l’intelligenza emotiva, ovvero la capacità di riconoscere, comprendere, gestire e valorizzare le emozioni. Due elementi non in opposizione, ma complementari, che, se adeguatamente sviluppati ed impiegati, consentono di raggiungere un approccio terapeutico- riabilitativo realmente completo ed efficace. L’audioprotesista deve essere in grado di coniugare aspetti empatici, competenze tecnico-pratiche e conoscenze tecnologiche, al fine di riuscire ad eseguire un fitting e una personalizzazione dei dispositivi acustici specifica per ogni esigenza di ascolto della persona che ha di fronte, aiutandola in tal modo a sentirsi partecipe in ogni momento della sua vita. Tra qualche anno la professione del tecnico audioprotesista evolverà, richiederà competenze differenti, verrà in parte destrutturata e ridefinita. Richiederà skills diverse, con rischi di standardizzazione e impoverimento della relazione d’aiuto. Tuttavia, invece di rassegnarsi in modo passivo ad un cambiamento percepito come ineluttabile ed inarrestabile, è importante imparare a sfruttarlo come un’opportunità, senza risultarne oppressi. L’unico modo per poter superare un’impasse professionale, come quella attuale, è aprirsi ad una formazione continua e costante in tutti i nuovi aspetti che ormai proiettano l’attività al futuro, affidandosi a professionisti esperti in training. Vedo in ciò la chiave per ridefinire il ruolo dell’Hearing Coach, una figura che coniuga tecnologia, profondità umana e relazione d’aiuto, garantendo la sopravvivenza professionale in un futuro automatizzato. La “società liquida” di Zygmunt Bauman – fluida, incerta, priva di certezze – offre una prospettiva interessante ed utile da capire, può aiutare ad orientare il proprio operato anche in un momento in cui esistono poche certezze per la professione, senza paure o rassegnazione, ma con uno spirito di adattabilità. Ad esempio, se le applicazioni protesiche del futuro saranno proiettate ad una gestione da remoto, quindi ad un aumento della distanza fisica con l’assistito, risulterà ancora più importante, per poter fare la differenza, ridurre la distanza emotiva, sviluppando ed implementando capacità comunicative strategiche. Sarà fondamentale saper superare le connessioni superficiali, facilitate dalla tecnologia, cercando di instaurare un rapporto che consenta all’assistito di uscire dall’isolamento, poiché non si estinguerà mai, neanche in un futuro ipertecnologico, il bisogno e il desiderio dell’essere umano di essere ascoltato, compreso e aiutato. L’Hearing Coach incarna questo spirito: converte l’assistenza in relazione di cura duratura, rendendo l’audioprotesista insostituibile.

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