Nel cuore pulsante della sanità romana, tra le mura storiche e i padiglioni d’avanguardia dell’Azienda Ospedaliera San Camillo Forlanini, si è consumato in questi giorni un passaggio epocale per la neurochirurgia laziale e italiana. Non si tratta di una “scoperta” nel senso accademico del termine, ma di qualcosa di molto più concreto e vitale: l’attivazione dei primi interventi di Deep Brain Stimulation (DBS), la stimolazione cerebrale profonda, per il trattamento della malattia di Parkinson e di altri gravi disturbi del movimento.
Come giornalista che segue da anni le evoluzioni della medicina, non posso che sottolineare il paradosso tutto italiano che questa notizia porta con sé. Parliamo di una tecnica nota e validata da oltre trent’anni, eppure, ancora nel 2026, i centri pubblici in grado di offrirla con continuità e protocolli d’eccellenza sono una rarità. L’ingresso del San Camillo in questo ristrettissimo club non è solo un traguardo tecnico, ma un atto di democrazia sanitaria: restituire il diritto al movimento e alla dignità a pazienti che la terapia farmacologica ha, purtroppo, smesso di aiutare.
Cos’è la DBS: Un “Pace-maker” per il cervello
Per spiegare cos’è la stimolazione cerebrale profonda, dobbiamo immaginare il cervello come una rete elettrica incredibilmente complessa dove, a causa del Parkinson, alcuni segnali diventano caotici, producendo tremori, rigidità e quella lentezza esasperante che i medici chiamano bradicinesia.
L’intervento, di una precisione chirurgica che rasenta la fantascienza, consiste nel posizionare dei micro-elettrodi — del diametro di appena 1 millimetro — in nuclei specifici della sostanza grigia situati nelle profondità encefaliche. Questi elettrodi sono collegati a un generatore di impulsi (una batteria), generalmente impiantato sotto la clavicola. Il sistema agisce come un vero e proprio “pace-maker cerebrale”, rilasciando scariche elettriche costanti che “regolarizzano” i circuiti neuronali malfunzionanti.
Tabella: Gli effetti della DBS sui sintomi principali
| Sintomo | Impatto della Stimolazione | Risultato Clinico |
| Tremore | Soppressione o riduzione drastica | Recupero della manualità fine |
| Rigidità | Rilascio della tensione muscolare | Maggiore fluidità nei passi |
| Lentezza (Bradicinesia) | Accelerazione dei tempi di risposta | Autonomia nelle attività quotidiane |
| Discinesie | Riduzione dei movimenti involontari | Minor bisogno di farmaci (Levodopa) |
L’Equipe e la collaborazione: Un modello di rete
Il successo di un intervento di questo tipo non dipende solo dalla mano del chirurgo, ma da una simbiosi intellettuale e professionale tra diverse specialità. A guidare questa sfida al San Camillo è il dottor Riccardo Antonio Ricciuti, responsabile della Neurochirurgia, che ha espresso profonda soddisfazione per l’introduzione di questa metodica.
Ma la DBS non è un’isola. L’equipe del San Camillo lavora in stretta sinergia con la Neurologia diretta da Claudio Gasperini, e si avvale di una collaborazione esterna di altissimo profilo con il Campus Bio-Medico. In particolare, spicca il contributo di Vincenzo Di Lazzaro e di Massimo Marano, esperto di fama internazionale nei disturbi del movimento e nella neurostimolazione. Questa “rete di cervelli” serve a garantire che il paziente venga seguito in ogni fase: dalla selezione pre-operatoria, alla procedura in sala, fino al delicato follow-up di programmazione dello stimolatore.
La selezione del paziente: Non è una cura per tutti
Essere sagaci nel raccontare la medicina significa anche non alimentare false speranze. La DBS non è la cura definitiva per il Parkinson — la malattia, purtroppo, rimane degenerativa — ma è una terapia straordinaria per gestire i sintomi nelle fasi complicate.
La fase di selezione è la più critica. Non tutti i pazienti parkinsoniani sono candidati ideali. La chirurgia è riservata a coloro che presentano:
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Incompatibilità o refrattarietà ai farmaci: Quando la Levodopa non basta più o causa effetti collaterali insopportabili (discinesie).
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Assenza di decadimento cognitivo grave: Il paziente deve avere una buona riserva cognitiva per affrontare l’intervento e la gestione post-operatoria.
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Età e condizioni generali: Si valutano attentamente i rischi chirurgici rispetto ai benefici attesi.
È qui che entra in gioco l’esperienza di medici come il dottor Marano: individuare la “finestra terapeutica” perfetta, ovvero quel momento della storia clinica del paziente in cui l’intervento può davvero cambiare il corso della vita per i successivi dieci o vent’anni.
Il valore della sanità pubblica: Perché il San Camillo fa notizia
Come accennato, la DBS esiste da decenni. Allora perché parlarne oggi? Perché in Italia la distribuzione di questa tecnologia è profondamente disomogenea. Molti pazienti sono costretti a lunghi viaggi della speranza verso il Nord o verso l’estero per accedere a una prestazione che dovrebbe essere garantita dal Servizio Sanitario Nazionale in ogni regione.
L’apertura di un polo di neurostimolazione al San Camillo Forlanini significa ridurre le liste d’attesa, abbattere la mobilità passiva della Regione Lazio e, soprattutto, offrire un punto di riferimento pubblico e accessibile in un quadrante geografico fondamentale. È la dimostrazione che l’eccellenza non deve essere necessariamente privata o confinata in pochi centri di ricerca ultra-specializzati, ma può e deve abitare gli ospedali che accolgono l’urgenza e la cronicità ogni giorno.
La tecnologia nel 2026: Verso la stimolazione adattiva
Guardando al futuro prossimo, gli interventi effettuati al San Camillo si inseriscono in un filone tecnologico in rapida evoluzione. I nuovi sistemi di DBS non si limitano più a inviare impulsi “ciechi”, ma iniziano a diventare adattivi (aDBS). Grazie a sensori in grado di registrare l’attività elettrica del cervello (i cosiddetti Local Field Potentials), lo stimolatore può modulare l’intensità della scarica in tempo reale, in base alle reali necessità del paziente in quel preciso istante.
Questo significa meno effetti collaterali, una durata maggiore delle batterie e una personalizzazione della cura che fino a pochi anni fa era pura teoria. Il San Camillo, partendo oggi con le procedure standard di alta qualità, si candida naturalmente a diventare terreno di applicazione per queste innovazioni di “sensing” cerebrale.
Il ritorno alla vita
Oltre i dati tecnici e i nomi dei primari, c’è la storia umana. C’è l’uomo che torna a firmare un assegno senza che la mano scatti impazzita; c’è la donna che può tornare a camminare nel parco senza il timore di “congelarsi” (il cosiddetto freezing) in mezzo alla strada.
L’introduzione della stimolazione cerebrale profonda al San Camillo Forlanini è un messaggio di speranza che va oltre la Malattia di Parkinson, abbracciando anche l’epilessia farmaco-resistente e alcune forme gravi di distonia o malattie psichiatriche. È la medicina che si fa umile e potente allo stesso tempo: riconosce i propri limiti di fronte alla cronicità, ma non rinuncia a usare ogni millimetro di tecnologia per migliorare il “qui ed ora” dei pazienti.
Roma si conferma così un hub nevralgico della neurochirurgia, dove la collaborazione tra ospedali pubblici e centri di ricerca universitari crea quel circolo virtuoso di cui il nostro Paese ha disperatamente bisogno. La sfida ora è mantenere alta la qualità, garantire il ricambio tecnologico e far sì che il “pace-maker cerebrale” diventi una realtà ordinaria per tutti coloro che ne hanno bisogno.





