Il mondo si divide, da sempre, in due grandi categorie: chi saluta l’alba con energia e chi, al contrario, trova la propria dimensione ideale solo quando il resto della città si spegne. Ma se la letteratura ha spesso romantizzato i “nottambuli”, la scienza medica sta iniziando a presentare un conto piuttosto salato ai cosiddetti gufi.
Un recente e imponente studio pubblicato sul Journal of the American Heart Association ha gettato una luce inquietante sul legame tra il nostro orologio biologico e la longevità. La conclusione? Essere una creatura della notte non è solo una preferenza di stile di vita, ma un potenziale fattore di rischio per la salute cardiovascolare.
Lo studio: 322mila persone sotto la lente
La ricerca non ha lasciato nulla al caso, basandosi su un campione mastodontico di 322.777 partecipanti provenienti dalla UK Biobank, il prestigioso database sanitario britannico. I ricercatori hanno monitorato soggetti tra i 39 e i 74 anni, inizialmente privi di patologie cardiovascolari, per un periodo di ben 14 anni.
Utilizzando il sistema di punteggio Life’s Essential 8 (Le8) — che valuta otto parametri fondamentali tra cui dieta, attività fisica, esposizione al fumo, durata del sonno, indice di massa corporea, livelli di colesterolo, glicemia e pressione arteriosa — gli esperti hanno cercato una correlazione tra il cronotipo (l’inclinazione naturale a dormire in certi orari) e l’insorgenza di malattie gravi.
Il rischio dei “Gufi”: infarto e ictus in aumento
I risultati parlano chiaro: gli individui con un cronotipo serale presentano una salute cardiovascolare complessiva notevolmente peggiore rispetto ai cronotipi intermedi o mattutini (le allodole).
Come evidenziato dal professor Matteo Bassetti attraverso i suoi canali social, i dati rivelano che i nottambuli hanno un rischio del 16% più alto di subire un primo infarto o un ictus rispetto alla media della popolazione. Questo rischio appare ancora più marcato nelle donne, che mostrano una vulnerabilità superiore agli effetti del disallineamento circadiano.
Perché il cronotipo serale è pericoloso?
Non è la notte in sé a essere “velenosa”, quanto il disallineamento circadiano. Il nostro corpo è progettato per seguire il ciclo luce-buio; quando questo ritmo viene forzato, si innesca una reazione a catena:
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Funzioni cardiometaboliche alterate: Il metabolismo del glucosio e la regolazione della pressione arteriosa subiscono scompensi se il corpo non riposa nelle ore canoniche.
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Comportamenti meno salutari: Lo studio indica che i gufi tendono a raggiungere con minor frequenza gli otto parametri “essenziali” per la salute. Spesso chi fa tardi la notte è più incline a una dieta irregolare, al fumo o a una scarsa attività fisica durante il giorno.
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Stress cellulare: La carenza di sonno o la sua distribuzione errata interferisce con i processi di riparazione cellulare che avvengono durante il riposo profondo notturno.
Il parere degli esperti: verso un intervento mirato
Gli autori dello studio concludono che identificare il proprio cronotipo non è solo una curiosità caratteriale, ma uno strumento diagnostico. Chi si riconosce nell’identikit del gufo dovrebbe beneficiare di interventi preventivi mirati sui fattori di rischio cardiovascolare.
Il messaggio è netto: per proteggere il cuore, bisognerebbe cercare di riallineare le proprie abitudini con i ritmi della natura. Sebbene la genetica giochi un ruolo nel determinare se siamo gufi o allodole, l’igiene del sonno e la disciplina negli orari possono fare la differenza tra una vita in salute e un rischio clinico elevato.
“Insomma,” conclude Bassetti, “per la salute cardiovascolare meglio fare come l’allodola che come il gufo”. Una frase che suona come un monito per l’8% della popolazione che continua a preferire le ore piccole, ignorando che il cuore, al contrario della mente, non ama le tenebre.





