Nel panorama della sanità italiana, esistono centri che non si limitano a curare, ma riscrivono il destino funzionale e umano dei pazienti. L’Unità Operativa Complessa (UOC) di Chirurgia Plastica Ricostruttiva e Chirurgia della Mano dell’Azienda Ospedaliera San Camillo-Forlanini di Roma è, senza dubbio, uno di questi. Sotto la guida di Nicola Felici, prossimo presidente della Società Italiana di Chirurgia della Mano, il centro è diventato il punto di riferimento del Lazio e un’eccellenza europea accreditata per il trattamento dei traumi complessi e i reimpianti.
Qui, il lavoro quotidiano si muove sul filo del millimetro. Ricollegare arterie, vene e nervi di calibri infinitesimali non è solo un esercizio di tecnica sopraffina, ma l’unica via per ridare una qualità della vita dignitosa a chi ha subito amputazioni o traumi devastanti. “Vedere la persona prima del disturbo” non è solo un motto, ma una necessità operativa quando si tratta di restituire l’uso del pollice — elemento essenziale per la funzione di presa — o di riattivare un arto paralizzato.
I numeri di un centro d’élite: tra urgenza e alta specializzazione
L’attività del San Camillo è una macchina complessa che macina numeri impressionanti, specchio di una casistica vasta e variegata. Ogni anno, il team diretto da Felici affronta circa 400 traumi maggiori dell’arto superiore in regime di urgenza. A questi si sommano:
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150 interventi sulle lesioni dei nervi periferici e del plesso brachiale.
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300 interventi per patologie degenerative come l’artrosi o la malattia di Dupuytren.
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100 interventi di ortoplastica, in stretta collaborazione con i traumatologi, per ricostruzioni microchirurgiche degli arti inferiori a seguito di fratture esposte.
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900 interventi per patologie cosiddette “minori” ma invalidanti, come la sindrome del tunnel carpale o il dito a scatto.
Complessivamente, il centro esegue circa 2.000 interventi di chirurgia maggiore l’anno, includendo la chirurgia oncologica, la ricostruzione mammaria post-mastectomia e la chirurgia di conferma di genere.
La figura del chirurgo della mano: un’eredità di maestri
In Italia non esiste una specializzazione accademica autonoma in “Chirurgia della mano”. Questa disciplina è una “super-specializzazione” a cui approdano chirurghi plastici o ortopedici animati da una passione specifica. Il percorso formativo affonda le radici nelle grandi scuole degli anni ’60, come quella di Ezio Morelli a Legnano e quella di Giorgio Brunelli a Brescia, pionieri che hanno reso l’Italia un faro mondiale nella microchirurgia.
Oggi, la microchirurgia è il bagaglio tecnico imprescindibile: l’uso del microscopio operatorio e di strumentari dedicati permette di operare su strutture vascolari e nervose quasi invisibili a occhio nudo, rendendo possibile il reimpianto di dita o interi arti.
Casi clinici del 2025: quando la creatività salva l’arto
La cronaca clinica del 2025 al San Camillo offre esempi di straordinaria resilienza medica. Il dottor Felici cita il caso di un giovane di 24 anni, vittima di un incidente motociclistico con lesione totale del plesso brachiale. Dopo una prima riparazione nervosa che ha permesso il recupero di spalla e gomito, il team ha eseguito un trapianto microchirurgico di un muscolo prelevato dalla coscia e reimpiantato sul braccio, re-innervandolo con nervi intercostali. Risultato? Il paziente ha ricominciato a muovere le dita.
Ancora più emblematico il caso di un ventenne con una gravissima frattura esposta di gamba. Nonostante un’anomalia anatomica congenita che rendeva quasi impossibile la rivascolarizzazione del piede — mancava l’arteria principale — il team non si è arreso. “Abbiamo dovuto usare tutta la nostra creatività per non arrenderci all’amputazione”, racconta Felici. Dopo tre interventi complessi, oggi il giovane cammina sulle proprie gambe.
Il pollice ricostruito con l’alluce: la sfida dell’autotrapianto
Una delle frontiere più affascinanti è la ricostruzione del pollice mediante il trapianto microchirurgico di una parte dell’alluce del paziente. Se il reimpianto del pollice originale fallisce, l’autotrapianto dal piede garantisce risultati estetici e funzionali eccellenti. Sebbene possa sembrare un intervento estremo, il danno funzionale al piede è minimo e ben tollerato, mentre il beneficio per la mano è incalcolabile: senza pollice, la mano perde la sua identità di strumento di precisione.
Il futuro è già qui: robotica e innovazione
Il San Camillo non guarda al futuro: lo vive. Da un anno è operativo un robot microchirurgico che permette di intervenire su vasi sanguigni di diametro inferiore al mezzo millimetro. Questa tecnologia è fondamentale per operare sui bambini — dove i calibri sono ridottissimi — e per affinare le ricostruzioni linfatiche.
Il prossimo passo, già in fase di progettazione con il supporto del Direttore Generale Angelo Aliquò, è l’integrazione di un microscopio robotico che consentirà al chirurgo di operare con una precisione sovrumana, pur mantenendo il controllo totale del processo decisionale. La tecnologia, dunque, non sostituisce l’uomo ma ne espande i limiti.
Il paradosso delle vocazioni
Nonostante il fascino di questa disciplina, la chirurgia della mano soffre di un problema di “vocazioni selettive”. Se è vero che la Chirurgia Plastica è tra le specializzazioni più richieste, la stragrande maggioranza dei giovani medici (circa il 90%) sceglie la via della chirurgia estetica, attratta da percorsi meno onerosi e più remunerativi nel breve termine.
Tuttavia, Felici rimane ottimista. Presso la sua Unità e nei corsi di formazione che organizza, transitano ancora giovani appassionati pronti ad affrontare anni di sacrifici per imparare l’arte del reimpianto. La soddisfazione di vedere una mano tornare a muoversi o una gamba salvata dall’amputazione resta, per molti, una ricompensa che non ha prezzo.





