L’intelligenza artificiale non indosserà mai il camice al posto dell’uomo, ma potrà rendere quel camice molto più “potente”. È questo il cuore del messaggio lanciato da Salvatore Corrao, professore ordinario di Medicina Interna all’università di Palermo, nel suo ultimo libro “Curare con ‘intelligenza’ – L’intelligenza artificiale tra sapere medico e decisione umana”. Presentata recentemente a Legnano, l’opera traccia un confine netto tra il rischio di una medicina pigramente automatizzata e l’ambizione di una medicina aumentata, dove la macchina accompagna lo sguardo umano senza mai spegnere la luce del dubbio.
L’algoritmo non è saggezza: il ruolo del clinico
Per Corrao, l’AI è “smart” solo se lo è l’uomo che la interroga. Se il “Dottor AI” sbaglia, spesso la colpa è dell’essere umano che ha formulato male i quesiti (prompt) o che ha delegato acriticamente la decisione alla macchina. L’autore, che vanta un profilo ibrido tra clinico ricercatore e programmatore esperto in Python e Deep Learning, avverte che l’intelligenza artificiale deve decidere con noi e non per noi.
“L’AI non sostituisce il giudizio clinico: lo costringe a rinascere in un nuovo spazio dove conoscere significa co-costruire la verità con la macchina, senza smarrire il senso dell’umano”.
Il pericolo del “Deskilling Cognitivo”
Uno dei capitoli più densi del libro affronta un timore concreto: la perdita progressiva di competenze cliniche dovuta all’affidamento eccessivo agli strumenti automatizzati, definita deskilling cognitivo. Mentre le vecchie generazioni hanno allenato le abilità cognitive senza supporti digitali, il rischio per i giovani medici è quello di diventare schiavi della tecnologia anziché padroni.
Il progresso, secondo Corrao, non consiste nel demandare alla macchina, ma nell’imparare a pensare con essa, mantenendo intatta la capacità di cogliere il senso nel disordine e di interpretare ciò che sfugge ai modelli probabilistici. In questo contesto, la Medicina Interna funge da mentore metodologico, garantendo che la tecnologia non diventi uno strumento di frammentazione del paziente, ma di comprensione d’insieme.
Verso la medicina delle 4 P
Il dibattito, arricchito dai contributi di esperti come Antonino Mazzone e Pier Mannuccio Mannucci, ha delineato il futuro della sanità attraverso il modello delle 4 P:
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P come Predittiva: capacità di identificare i geni responsabili delle malattie e prevedere i rischi.
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P come Preventiva: l’AI come alleata per monitorare l’aderenza terapeutica (fondamentale per patologie come l’ipertensione).
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P come Personalizzata: superamento della media statistica per arrivare a una medicina di precisione.
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P come Partecipativa: un’alleanza rinnovata tra medico e paziente, entrambi dotati di intelligenza “naturale”.
Restare umani mentre si diventa “aumentati”
In definitiva, curare con intelligenza non significa solo adottare software all’avanguardia. Significa decidere meglio, ascoltare di più e agire con una consapevolezza superiore. L’AI può illuminare connessioni nascoste, ma l’empatia, l’intuizione e la responsabilità finale della decisione devono restare un atto umano riflessivo. Come conclude la riflessione nata intorno al libro di Corrao: si può diventare “aumentati” solo se si resta profondamente umani.




