Mentre le rive del Bosforo ospitano l’European Congress on Obesity (ECO 2026), un paradosso tutto italiano agita le acque della comunità scientifica. Da un lato, le commissioni internazionali più prestigiose, come la Lancet Commission, spingono per l’adozione di criteri diagnostici d’élite, basati sul danno d’organo e su tecnologie d’avanguardia; dall’altro, la realtà nuda e cruda dei medici di medicina generale ci dice che non siamo ancora in grado di eseguire le misurazioni più elementari.
In questo scenario, la Società Italiana dell’Obesità (SIO) ha scelto la via del pragmatismo muscolare: il BMI (Body Mass Index), pur con tutti i suoi limiti accademici, non può e non deve andare in pensione. Il motivo? È l’unica barriera rimasta tra una diagnosi tempestiva e l’invisibilità di una malattia che colpisce oltre 6 milioni di italiani.
La difesa del BMI: un “male” necessario per il bene comune
L’Indice di Massa Corporea è una formula matematica che mette in rapporto il peso con l’altezza:
Nonostante la sua semplicità quasi rudimentale, il BMI è stato per quarant’anni il linguaggio universale della salute metabolica. Tuttavia, negli ultimi tempi è finito sotto il fuoco incrociato dei critici, che ne sottolineano l’incapacità di distinguere tra massa grassa e massa muscolare (il classico esempio dell’atleta “ipertrofico” che risulta obeso per la bilancia).
Ma per Silvio Buscemi, presidente SIO, queste critiche rischiano di essere un esercizio di stile pericoloso se applicate alla sanità pubblica di massa. “Vogliamo mandare in pensione il BMI? Prima troviamo un’alternativa che non sia un ostacolo per i pazienti”, ha dichiarato Buscemi dal palco di Istanbul. Il punto è logistico: chiedere ecografie, analisi della composizione corporea o valutazioni del danno d’organo per ogni sospetto caso di obesità significherebbe bloccare il sistema e, di fatto, smettere di fare screening.
Il paradosso italiano: l’83% dei pazienti è un “fantasma”
A sostegno della tesi della SIO arrivano i dati dello studio Itros, una ricerca imponente condotta su un campione di 1,8 milioni di pazienti italiani. I risultati sono, per usare un eufemismo, imbarazzanti per un sistema sanitario moderno: solo il 17% dei pazienti presenta il dato del BMI registrato nella propria cartella clinica presso il medico di base.
Ciò significa che per l’83% della popolazione potenzialmente a rischio, non esiste nemmeno la misurazione di base. Le cause? Un mix tossico di barriere burocratiche, carenza di tempo durante le visite e una sottovalutazione culturale della malattia. Se non riusciamo a ottenere peso e altezza — due dati che richiedono meno di sessanta secondi — come possiamo pensare di implementare criteri diagnostici che richiedono esami di secondo livello?
Tabella: BMI vs Criteri basati sul Danno d’Organo
| Caratteristica | Indice di Massa Corporea (BMI) | Criteri Danno d’Organo (Lancet) |
| Costo | Zero | Elevato (Diagnostica strumentale) |
| Tempo di esecuzione | < 1 minuto | Giorni/Settimane (Prenotazioni) |
| Accessibilità | Universale (Medico di Base) | Specialistica (Centri di II livello) |
| Obiettivo | Screening rapido e prevenzione | Diagnosi di complicanze già in atto |
| Rischio di errore | Falsi positivi/negativi (Massa muscolare) | Basso, ma tardivo |
Non aspettare le complicanze: la filosofia della SIO
Uno dei punti più sagaci sollevati da Buscemi riguarda la tempistica dell’intervento. L’obesità è una malattia “madre”, capace di generare oltre 200 possibili complicanze, dal diabete di tipo 2 alle malattie cardiovascolari, fino a diverse forme di cancro.
Adottare criteri basati sul danno d’organo significa, implicitamente, accettare di intervenire solo quando la malattia ha già iniziato a distruggere il corpo del paziente. “Il BMI ci permette di fare lo screening subito”, insiste la SIO. È lo strumento della prevenzione primaria, quello che identifica il rischio prima che si trasformi in patologia conclamata. Aspettare che un paziente mostri segni di insufficienza d’organo per diagnosticarne l’obesità è come aspettare che un edificio crolli per dichiararlo pericolante.
Privacy e Burocrazia: quando le leggi ostacolano la vita
Il grido d’allarme di Buscemi non risparmia nemmeno la gestione dei dati. In un’era in cui la Data Science potrebbe rivoluzionare la medicina, l’Italia sembra avvitata su interpretazioni iper-restrittive della normativa sulla privacy.
“È assurdo che i medici di base non possano conferire dati anonimizzati per scopi di ricerca scientifica a causa di interpretazioni burocratiche. È come voler ridurre i consumi elettrici di un Paese senza poter leggere i contatori.”
L’assenza di un registro epidemiologico efficace rende impossibile valutare l’impatto reale delle politiche sanitarie e l’efficacia dei nuovi trattamenti farmacologici (come i GLP-1). Senza dati, la sanità naviga a vista. La richiesta della SIO alle istituzioni è netta: meno burocrazia e una semplificazione dei processi che permetta alla ricerca di nutrirsi dei dati reali, proteggendo l’anonimato ma senza paralizzare il progresso.
Verso un pragmatismo clinico
L’obesità non è un problema estetico, né una scelta di stile di vita; è una patologia complessa che richiede una risposta di sistema. Il BMI, con la sua “imperfezione perfetta”, resta l’unico contatore di cui disponiamo per misurare l’entità dell’epidemia in corso.
Sostituirlo prematuramente con parametri d’élite non farebbe altro che aumentare le diseguaglianze nell’accesso alle cure, rendendo la diagnosi un privilegio per pochi anziché un diritto per tutti. La sfida, dunque, non è trovare un indice più complesso, ma assicurarsi che quel banale calcolo di peso e altezza venga finalmente eseguito e registrato per quel restante 83% di italiani che ancora attendono di essere “visti” dal sistema sanitario.
Mentre i lavori di ECO 2026 proseguono, il messaggio che torna in Italia è di una chiarezza disarmante: prima di correre verso il futuro della diagnostica molecolare, impariamo di nuovo a usare la bilancia e il metro. La salute pubblica, prima che di tecnologia, ha bisogno di pragmatismo e di dati certi.





