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Salute Buongiorno > Blog > News > EBOLA, AMSI-UMEM-UXU: LANCIANO L’ALLARME
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EBOLA, AMSI-UMEM-UXU: LANCIANO L’ALLARME

Redazione
Last updated: 7 Luglio 2026 6:33
By Redazione
2 settimane ago
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9 Min Read
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Aodi: «I virus non conoscono confini. È il momento di rafforzare la sorveglianza epidemiologica, sostenere i sistemi sanitari africani e investire nella cooperazione internazionale prima che sia troppo tardi»

 L’epidemia di Ebola causata dal ceppo Bundibugyo continua a rappresentare una delle principali emergenze sanitarie dell’Africa Centrale, mentre cresce l’attenzione internazionale dopo la conferma di un caso importato in Europa. L’evoluzione del focolaio, concentrato soprattutto nella Repubblica Democratica del Congo e collegato epidemiologicamente anche all’Uganda, conferma come le malattie infettive ad alta trasmissibilità richiedano un monitoraggio costante, sistemi di sorveglianza efficienti e una cooperazione internazionale sempre più stretta.

Alla luce degli ultimi dati raccolti attraverso una propria indagine epidemiologica indipendente e grazie alla rete di contatti scientifici e sanitari presenti in numerosi Paesi, l’Associazione Medici di Origine Straniera in Italia (AMSI), denominata anche Unione Professionisti della Sanità Internazionali, l’Unione Medica Euromediterranea (UMEM), AISC NEWS (Agenzia Informazione Senza Confini) e il Movimento Internazionale Uniti per Unire analizzano con forte preoccupazione l’evoluzione dell’epidemia, richiamando l’attenzione delle istituzioni sanitarie nazionali e internazionali sulla necessità di rafforzare la prevenzione, la cooperazione scientifica e il sostegno ai Paesi maggiormente colpiti.

Il Prof. Foad Aodi, medico fisiatra, giornalista e divulgatore scientifico internazionale, esperto in salute globale, presidente di AMSI, presidente di UMEM, direttore di AISC NEWS, presidente del Movimento Internazionale Uniti per Unire, membro del Registro Esperti FNOMCEO e docente dell’Università di Roma Tor Vergata, commenta i risultati dell’indagine.

L’INDAGINE: IL CONGO RESTA L’EPICENTRO DELLA CRISI

«La nostra indagine conferma che siamo di fronte a un’emergenza sanitaria che non può essere sottovalutata. Oggi registriamo complessivamente 1.489 casi confermati e 457 decessi. La situazione più critica resta quella della Repubblica Democratica del Congo, dove abbiamo rilevato 1.468 casi confermati e 455 vittime. La diffusione continua soprattutto nelle aree più difficili da raggiungere, dove le condizioni logistiche e organizzative rendono particolarmente complesso interrompere la catena dei contagi e proteggere adeguatamente il personale sanitario.»

«In Uganda, invece, il quadro appare al momento più stabile, con 21 casi confermati e 2 decessi, senza nuovi contagi registrati dal 21 giugno. È la dimostrazione che il tracciamento tempestivo, l’isolamento dei casi e la collaborazione tra autorità sanitarie possono produrre risultati concreti. Tuttavia il collegamento epidemiologico con il focolaio congolese impone di mantenere altissima l’attenzione.»

IL CASO EUROPEO CONFERMA CHE L’ALLERTA È GLOBALE

Particolare attenzione viene riservata al caso confermato in Francia, relativo a un medico rientrato dalla Repubblica Democratica del Congo risultato positivo al virus Ebola Bundibugyo.

«Questo episodio dimostra ancora una volta che i virus non si fermano davanti ai confini nazionali né ai passaporti. La sicurezza sanitaria globale dipende dalla capacità di prevenire, individuare rapidamente i casi e condividere informazioni scientifiche in tempo reale. L’Europa deve rafforzare ulteriormente la sorveglianza epidemiologica, i controlli sanitari nei punti di ingresso e la preparazione delle strutture ospedaliere ad alta specializzazione.»

LE PROPOSTE

Secondo la rete associativa e i movimenti, la risposta all’emergenza deve essere fondata su un approccio realmente globale.

«Occorre aumentare il sostegno economico e tecnico ai sistemi sanitari africani, garantire dispositivi di protezione individuale agli operatori sanitari, rafforzare i laboratori di diagnosi, investire nella formazione continua del personale, migliorare il tracciamento epidemiologico e consolidare la collaborazione tra OMS, istituzioni sanitarie, università, organizzazioni scientifiche e reti associative internazionali. La prevenzione resta lo strumento più efficace per evitare che un focolaio locale possa trasformarsi in una minaccia globale.»

FORMAZIONE, DIAGNOSI PRECOCE E DIAGNOSI DIFFERENZIALE: LA PREVENZIONE COMINCIA SUL CAMPO

«Come ribadiamo ormai quotidianamente nelle numerose interviste rilasciate alle televisioni, comprese quelle satellitari, alle radio e ai giornali in Medio Oriente, in Africa e nei Paesi del Golfo, è fondamentale investire con decisione nella formazione del personale sanitario sulla diagnosi precoce e sulla diagnosi differenziale. Troppo spesso il ritardo nell’attivazione dell’allerta nasce proprio dalla difficoltà di riconoscere tempestivamente la malattia. Nelle fasi iniziali molte infezioni presentano sintomi simili e, senza una preparazione adeguata degli operatori e senza laboratori in grado di confermare rapidamente la diagnosi, diventa difficile individuare con precisione il virus responsabile.»

«È proprio questo divario diagnostico che continua ad alimentare ritardi, incertezze e un aumento dell’allarme sanitario, soprattutto nei Paesi africani. Per questo chiediamo di investire contemporaneamente nella formazione continua dei professionisti sanitari, nel rafforzamento della medicina territoriale, nella realizzazione di laboratori moderni e nella diagnostica avanzata. Solo così sarà possibile individuare precocemente i focolai, intervenire con rapidità e ridurre il rischio che un’epidemia locale si trasformi in una minaccia per la salute globale.»

RIDURRE IL DIVARIO SANITARIO PER PREVENIRE LE NUOVE EPIDEMIE

Sul piano della prevenzione globale, il Prof. Foad Aodi richiama l’attenzione sulla necessità di affrontare le cause strutturali che favoriscono la diffusione delle malattie infettive.

«Non ci potrà mai essere una vera sicurezza sanitaria globale finché resterà così profondo il divario tra Paesi ricchi e Paesi poveri. Aiutare l’Africa e le aree più fragili del pianeta non è soltanto un dovere di solidarietà, ma una priorità strategica per la salute pubblica mondiale. Se non sosteniamo questi Paesi con investimenti, assistenza sanitaria e programmi di prevenzione, continueremo ad assistere alla diffusione di nuove epidemie e alla comparsa di varianti sempre più pericolose di virus già conosciuti.»

«Le malattie infettive sono favorite da molteplici fattori che devono essere affrontati insieme: il cambiamento climatico, l’aumento delle temperature, la scarsità d’acqua, l’inquinamento ambientale, le condizioni igienico-sanitarie precarie, la sicurezza alimentare compromessa e i conflitti armati. Nei Paesi più poveri, in particolare in Africa e in molte aree del Medio Oriente, acqua contaminata, cibo non sicuro e guerre continuano ad alimentare un contesto ideale per la diffusione delle infezioni. Finché non si interviene su tutte queste cause, nessun Paese potrà sentirsi realmente al sicuro.»

Aodi rinnova inoltre l’appello a rafforzare il ruolo delle istituzioni sanitarie internazionali.

«L’Organizzazione Mondiale della Sanità deve essere sempre più indipendente e messa nelle condizioni di svolgere pienamente il proprio ruolo di coordinamento, orientamento e assistenza operativa. Servono squadre specializzate, pronte a intervenire rapidamente nelle aree colpite dalle emergenze sanitarie, soprattutto dove guerre e crisi umanitarie rendono ancora più difficile il controllo delle epidemie. Non possiamo dimenticare realtà come Gaza, Yemen, Siria e numerosi Paesi africani e mediorientali, dove conflitti e fragilità sanitarie aumentano il rischio di nuove emergenze infettive.»

LA COOPERAZIONE INTERNAZIONALE È LA VERA DIFESA

Grazie alla propria rete internazionale di professionisti sanitari, ricercatori, giornalisti scientifici e operatori della salute presenti in numerosi Paesi, la rete associativa e i movimenti continueranno a monitorare costantemente l’evoluzione dell’epidemia, promuovendo informazione scientifica corretta, prevenzione, formazione e cooperazione tra istituzioni, università e professionisti della salute.

«La sicurezza sanitaria mondiale non si costruisce chiudendo le frontiere, ma rafforzando i sistemi sanitari dove le epidemie nascono, sostenendo gli operatori che lavorano ogni giorno sul campo e investendo nella cooperazione internazionale. È necessario incrementare gli aiuti alle strutture sanitarie della Repubblica Democratica del Congo, garantire dispositivi di protezione individuale, rafforzare i laboratori, sostenere la formazione del personale sanitario e consolidare le reti di sorveglianza epidemiologica. Ogni epidemia affrontata tempestivamente rappresenta una tutela per tutti i cittadini del mondo. La salute globale è una responsabilità condivisa e richiede risposte comuni, rapide e coordinate», conclude il Prof. Foad Aodi.

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