Rispondere alle e-mail di lavoro mentre si prepara la colazione, coordinare gli impegni scolastici dei figli durante una pausa pranzo trascorsa a pagare le bollette online, e infine orchestrare la cena della sera mentre si pianifica mentalmente l’agenda del giorno successivo. Questo ritratto, tanto frenetico quanto comune, appartiene alla quotidianità di milioni di donne, costrette a dividersi costantemente tra una pluralità di ruoli sociali e professionali: madri, lavoratrici, caregiver, partner e cittadine.
Nel corso degli ultimi decenni, la narrazione sociale ha cristallizzato questa straordinaria capacità di destreggiarsi tra mille impegni in un vero e proprio dogma collettivo: l’idea che il cervello femminile sia intrinsecamente e biologicamente più predisposto al “multitasking” rispetto a quello maschile. Una credenza popolare che ha giustificato, e spesso legittimato, il sovraccarico mentale che grava sulle donne.
A fare chiarezza e a smantellare questo radicato luogo comune interviene un nuovo e approfondito studio scientifico pubblicato sulla prestigiosa rivista internazionale Psychological Research. La ricerca dimostra, dati alla mano, che non esistono discrepanze generali significative tra i due sessi nella capacità di gestire più compiti in simultanea.
Tuttavia, gli scienziati hanno isolato un singolo, specifico dettaglio in cui le donne mostrano effettivamente una marcia in più: la capacità di sostenere un dialogo verbale mentre eseguono altre azioni. Gli uomini, al contrario, quando si trovano impegnati su più fronti cognitivi, tendono a escludere e ignorare i flussi di conversazione circostanti con una frequenza nettamente superiore.
L’indagine, condotta con il prezioso supporto della Bial Foundation dai ricercatori André Szameitat della Brunel University di Londra e Diana Szameitat della City St George’s, University of London, ha cercato non solo di verificare l’esistenza di un reale divario di genere, ma anche di indagare le radici profonde dello stereotipo che ne è derivato. Per farlo, i due accademici hanno sviluppato un paradigma sperimentale particolarmente complesso, composto da cinque compiti simultanei progettati per riprodurre fedelmente le reali sollecitazioni della vita quotidiana, superando l’astrattezza dei classici test di laboratorio del passato.
Il campione della ricerca ha visto coinvolti 41 uomini e 37 donne, tutti sottoposti a una pressione cognitiva multilivello. I partecipanti dovevano, nello stesso arco temporale, seguire una ricetta culinaria, cercare un numero di telefono specifico all’interno di un elenco, abbinare correttamente sequenze di lettere e numeri, monitorare la comparsa di determinate parole chiave all’interno di una presentazione visiva e, infine, rispondere ogni venti secondi a domande aperte che richiedevano una riflessione personale e argomentata.
L’analisi comparativa dei risultati ha evidenziato che, per quanto concerne la precisione esecutiva, la velocità di esecuzione e la coordinazione dei compiti visuo-manuali, le prestazioni maschili e femminili si sono rivelate sostanzialmente identiche. L’unico vero elemento di rottura è stato registrato nel compito conversazionale: gli uomini hanno letteralmente ignorato la richiesta di dialogo più del doppio delle volte rispetto alle donne. Un dato interessante risiede nel fatto che, nei rari momenti in cui gli uomini decidevano di rispondere alla domanda verbale, la qualità e la rapidità della loro risposta erano del tutto sovrapponibili a quelle delle colleghe, a dimostrazione che il problema non risiede in una minore capacità linguistica, bensì in una precisa selezione del focus attentivo.
Per comprendere come questo singolo comportamento influenzi l’opinione pubblica, i ricercatori hanno introdotto una seconda fase sperimentale incentrata sulla percezione esterna. Un gruppo di 160 osservatori indipendenti, completamente ignari degli obiettivi dello studio e dei dettagli sui partecipanti, ha visionato i filmati delle sessioni di multitasking per valutarne l’andamento.
I risultati di questa valutazione sociale sono stati spiazzanti: gli osservatori hanno sistematicamente giudicato gli uomini impegnati nei compiti simultanei come soggetti meno in controllo della situazione, inclini a prestazioni peggiori, meno attenti, meno motivati allo sforzo e persino meno felici o gratificati rispetto alle donne impegnate nelle medesime attività. Questo accadeva nonostante i dati oggettivi dimostrassero che l’efficienza esecutiva nei compiti pratici fosse la stessa.
La spiegazione di questo fenomeno risiede proprio nel “compito conversazionale”. Nella vita di tutti i giorni, l’atto di ignorare una conversazione o di non rispondere a un’interlocuzione viene percepito socialmente come un segnale di saturazione cognitiva, di affanno o di perdita di controllo. Poiché l’uomo tende a isolarsi verbalmente per preservare l’efficacia dell’azione pratica, l’osservatore esterno deduce erroneamente che egli non sia in grado di gestire la complessità della situazione.
Al contrario, la donna, riuscendo a mantenere attivo il canale comunicativo anche sotto sforzo, trasmette un’immediata sensazione di padronanza e fluidità. È precisamente in questo divario espressivo che trova terreno fertile lo stereotipo della “superdonna multitasking”, un’immagine idealizzata che confonde una specifica propensione comunicativa con una superiorità cognitiva generale che, all’atto pratico, non esiste.
Gli autori suggeriscono che questa differente gestione del canale verbale possa affondare le proprie radici sia in modelli evoluzionistici, che vedono le donne storicamente più orientate verso comportamenti comunitari e conversazionali, sia in dinamiche di apprendimento sociale precoce. Le donne, in media, tendono a investire maggiori risorse nei comportamenti comunicativi all’interno dei contesti sociali, un’abitudine che si riflette anche nei momenti di forte stress lavorativo o domestico.
In conclusione, la ricerca della Brunel University e della City St St George’s ridimensiona un mito moderno, restituendo equilibrio al dibattito sulle abilità di genere. Uomini e donne possiedono lo stesso identico potenziale biologico quando si tratta di elaborare informazioni complesse e passare rapidamente da un’attività all’altra.
Riconoscere che la superiorità femminile nel multitasking è, per la maggior parte, il frutto di un’illusione percettiva legata alle abilità comunicative è il primo passo per scardinare aspettative sociali sproporzionate e promuovere una più equa condivisione dei carichi mentali e operativi, sia all’interno delle mura domestiche sia nei contesti professionali del nuovo millennio.





