Immaginate un gigantesco “castello incantato” delle fiabe, un’enorme banca del freddo dove l’assenza di luce e ossigeno ha preservato per millenni tracce del passato, compresi microrganismi e patogeni dimenticati. Questo luogo esiste davvero ed è il permafrost, lo strato di terreno perennemente ghiacciato che ricopre ampie regioni del nostro pianeta.
Oggi, a causa del riscaldamento globale e dell’innalzamento delle temperature che assottigliano i ghiacciai, questo mondo congelato rischia di riaffiorare. E tra le insidie che potrebbero liberarsi si parla sempre più spesso dei cosiddetti “virus zombie”: patogeni Highlander rimasti ibernati per secoli o millenni che, una volta decongelati, conservano la capacità di tornare infettivi.
Ma quanto dobbiamo preoccuparci davvero? Per far chiarezza su un tema al confine tra scienza e fantascienza, l’epidemiologo Gianni Rezza, docente straordinario di Igiene all’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, ne ha analizzato i reali contorni in un’intervista all’Adnkronos Salute.
Non è solo fantascienza: i precedenti storici e scientifici
Sebbene le ricerche in questo campo rappresentino ancora una nicchia della microbiologia, esistono evidenze concrete che dimostrano come l’ibernazione dei patogeni sia una possibilità reale:
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I Megavirus della Siberia: Uno studio francese guidato dalle Università di Marsiglia e Aix-en-Provence ha isolato dal permafrost siberiano dei megavirus preistorici. Una volta scongelati, si sono rivelati in grado di infettare organismi unicellulari (amebe), pur senza rappresentare un pericolo per forme di vita più complesse come gli esseri umani.
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L’epidemia di Antrace del 2016: In Siberia, una forte ondata di calore provocò lo scongelamento della carcassa di una renna morta decenni prima. L’evento liberò spore di antrace che infettarono le popolazioni locali, causando la tragica morte di un bambino.
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Gli studi sulla Spagnola: I primi impulsi alla ricerca sui ghiacci nacquero dalla caccia alle sequenze geniche della devastante influenza Spagnola del 1918, cercata ed estratta da salme conservate nel terreno ghiacciato.
[ PERMAFROST IN SCIOGLIMENTO ]
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[ Patogeni noti / Eradicati ] [ Patogeni Ignoti / Antichi ]
• Es. Morbillo (già circolante) • Organismi verso cui non abbiamo
• Es. Vaiolo (eradicato, ma con vaccino disponibile) difese immunitarie né farmaci
--> Basso rischio per l'umanità --> Potenziale minaccia epidemica
Quali sono i virus che dovrebbero fare davvero paura?
Dal punto di vista teorico, non si può escludere che un virus riaffiorato dal ghiaccio possa tornare vitale, replicarsi e infettare animali o esseri umani. Tuttavia, il livello di rischio varia drasticamente in base al tipo di patogeno:
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Virus già circolanti: Se il ghiaccio liberasse patogeni a noi ben noti (come il virus del morbillo), la situazione sanitaria globale non cambierebbe in modo significativo.
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Virus eradicati (es. Vaiolo): Qualora riemergesse il virus del vaiolo, per assurdo la medicina moderna saprebbe come difendersi, potendo contare su vaccini già sviluppati e collaudati.
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L’incognita dei patogeni scomparsi o sconosciuti: La vera insidia è rappresentata da microrganismi aggressivi responsabili di epidemie del passato remoto contro i quali l’organismo umano non possiede alcuna memoria immunitaria e per i quali non esistono farmaci o vaccini.
Nessun allarmismo, ma serve più ricerca sistemica
Il messaggio dell’epidemiologo Gianni Rezza è improntato all’equilibrio: non siamo di fronte a un’apocalisse imminente, ma a una questione scientifica che merita un’attenzione ben superiore rispetto a quella ricevuta finora.
“Non possiamo dire: si scioglie il permafrost, allora l’umanità è in pericolo. Sarebbe irragionevole e irresponsabile. È un’ipotesi da studiare, ma che non è campata in aria,” chiarisce Rezza.
Fino a questo momento, la ricerca su questi “virus zombie” è proseguita quasi a livello di curiosità o d’iniziativa isolata di pochi gruppi pionieristici. Tuttavia, con il continuo innalzamento dello zero termico e la perdita progressiva dei ghiacci, le istituzioni scientifiche e i finanziatori della ricerca dovranno passare da approcci sporadici a progetti di monitoraggio sistematici.
Le future pandemie potrebbero non arrivare solo dai classici serbatoi animali come gli uccelli o i pipistrelli: una piccola parte del nostro futuro sanitario potrebbe dipendere da ciò che oggi è ancora nascosto nel grande freddo.





