Il disagio psichico tra i giovani italiani non è più un’ombra, ma un’emergenza con contorni sempre più definiti e preoccupanti. A dipingere questo scenario è la ricerca ‘Salute mentale 2025’ condotta da Doxa per il Festival Ro.Mens, un’indagine che non solo conferma il persistere del malessere, ma punta il dito contro un amplificatore sociale sempre più potente e insidioso: i social media. Queste piattaforme, pur essendo strumenti di connessione, si rivelano spesso veicoli di stigma e di un’ossessiva ricerca di perfezione che erode l’autostima e alimenta l’isolamento di chi già soffre.
Stigma in Crescita: Il Pregiudizio si Aggrava
A tre anni di distanza dalla precedente rilevazione, la fotografia scattata dalla Doxa per l’Asl Roma 2 documenta un preoccupante aggravamento dei pregiudizi nella popolazione italiana (18-65 anni) verso le persone con disturbi mentali. Il dato più allarmante riguarda la percezione della pericolosità:
- La percentuale di chi ritiene che le persone con disagio psichico siano pericolose per sé sale dal 65% al 72%.
- Quelle ritenute pericolose per gli altri passano dal 48% al 55%.
Il quadro si inasprisce ulteriormente con l’aumento della percezione che queste persone siano più aggressive e violente (dal 55% al 63%) e meno rispettose delle regole condivise (dal 49% al 55%).
A questa crescente intolleranza si aggiunge un pericoloso scetticismo sulla possibilità di guarigione: la percentuale di chi ritiene la malattia mentale curabile si abbassa dal 66% al 60%. Nonostante un segnale positivo – il calo di chi preferirebbe non confidarsi con nessuno in caso di disturbo mentale, che scende dall’8% al 2% – il livello complessivo di stigma resta alto. Ancora oggi, il 36% dei cittadini si vergognerebbe di ammettere un disturbo mentale, un dato che rivela quanto siamo lontani dall’accettazione piena e incondizionata. Il peso di questo stigma ricade in particolare sui più giovani: la percezione di vulnerabilità tra i ragazzi e le ragazze dai 14 ai 24 anni, ritenuti più a rischio, è cresciuta dal 39% al 47%.
La Trappola di Instagram: Un’Identità Condizionata
La seconda parte dell’indagine si è concentrata in modo chirurgico sulla fascia d’età 18-34 anni, dove l’uso dei social media è onnipresente. Con l’84% che utilizza Instagram quotidianamente e il 65% che lo consulta più volte al giorno, la piattaforma si conferma il palcoscenico principale della vita giovanile. I dati rivelano in modo inequivocabile come i social incidano profondamente sull’autopercezione, trasformando la vita in una performance:
- Il 47% dei giovani ritiene che “siamo ciò che mostriamo”.
- Il 59% sceglie di pubblicare solo il meglio di sé.
- Il 77% percepisce che sui social “tutti finiscono per sembrare uguali”, un paradosso di omologazione imposto dalla ricerca ossessiva di una perfezione artificiale.
Questa dinamica crea una pressione al conformismo che è devastante per l’autenticità e l’accettazione della propria vulnerabilità.
L’Obbligo della Perfezione e la Paura di Essere “Strani”
Il vero costo di questa “vetrina” digitale si misura nel disagio emotivo e nella paura del giudizio. Il 67% degli intervistati crede che mostrarsi davvero per ciò che si è faccia apparire “strani”, mentre il 59% teme che la diversità non sia un valore, ma un rischio da evitare. Questa paura di essere giudicati, espressa dal 49% del campione, si traduce in un impatto diretto sul benessere mentale.
Più della metà dei giovani (53%) afferma che il proprio benessere mentale è condizionato dall’obbligo di mostrarsi sempre al meglio. Il dato è aggravato dall’influenza esterna: il 50% è influenzato dal tempo speso online, e il 45% è influenzato dai commenti e dai like ricevuti, rendendo la propria autostima dipendente dal costante, precario feedback del mondo digitale. Non sorprende, quindi, che un giovane su quattro (26%) dichiari di essersi sentito insicuro del proprio aspetto fisico dopo aver visto immagini e contenuti sui social. La fragilità è palpabile: la necessità di un’immagine patinata nasconde un’insicurezza crescente e un allontanamento dalla realtà autentica del proprio sé.
La Soluzione è la “Literacy”: Educazione Digitale e Valore della Diversità
I risultati dell’indagine non lasciano spazio a interpretazioni: lo stigma è in crescita e i social media sono un fattore di rischio determinante per la salute mentale dei giovani. La risposta, secondo gli esperti, deve essere strutturale e culturale.
Silvia Castagna, responsabile Doxa, è chiara: “Servono più digital e Ai literacy […] educazione alla diversità e ai sentimenti per invertire la rotta”. L’alfabetizzazione digitale, infatti, non deve limitarsi all’uso degli strumenti, ma deve insegnare a decodificare le dinamiche sociali e psicologiche che si celano dietro gli algoritmi e la ricerca della performance.
Il direttore generale Asl Roma 2, Francesco Amato, e il direttore del Dipartimento di Salute mentale, Massimo Cozza, vedono in questi dati una conferma delle ragioni profonde del Festival Ro.Mens per l’inclusione sociale contro il pregiudizio. La scelta di esporre una mostra fotografica alla Galleria nazionale d’arte moderna e contemporanea, centrata sul valore della diversità, è un atto simbolico che vuole contrapporre all’omologazione digitale l’autentica bellezza delle molteplici identità umane.
La ricerca, i cui dati completi e il Manifesto 2025 saranno presentati martedì 7 ottobre in Campidoglio, è un segnale che le istituzioni e gli educatori non possono permettersi di ignorare. Il futuro della salute mentale dei giovani italiani passa attraverso la nostra capacità di creare un ambiente, sia fisico che digitale, che celebri l’autenticità e smantelli, pezzo per pezzo, il muro del pregiudizio.





