Nel silenzio assordante dell’indifferenza, due nomi si aggiungono alla lista delle vittime di femminicidio in Italia: Sara Campanella e Ilaria Sula, entrambe 22enni, entrambe uccise brutalmente nel giro di 48 ore. Due giovani vite spezzate dalla violenza maschile, dalla possessività cieca e da un sistema culturale che ancora oggi fatica a chiamare le cose con il proprio nome.
Con la loro morte, il numero di femminicidi nel 2025 è salito a 11, e siamo solo ad aprile (Fonte: The Guardian). Nel 2024, le vittime erano state 113, di cui 99 uccise da partner, ex partner o familiari stretti. Un dato che si ripete, anno dopo anno, come una ferita che non si rimargina.
Non è un raptus: è cultura del possesso
Spesso si parla di “gelosia”, “impeto”, “follia momentanea”. Ma queste parole minimizzano. Il femminicidio non è mai un gesto improvviso: è il punto finale di un’escalation di controllo, manipolazione, violenza fisica e psicologica. Gli assassini non sono “mostri”, sono uomini comuni, insospettabili. Come Stefano Argentino, studente di medicina arrestato per l’omicidio di Sara Campanella, che l’aveva molestata per anni. Come Mark Samson, ex fidanzato che ha ucciso Ilaria Sula e ne ha occultato il corpo.
La psicologia del carnefice
Molti degli autori di femminicidio non hanno precedenti penali, ma presentano profili di personalità narcisistica, tratti ossessivi, e una totale incapacità di elaborare il rifiuto. Il rifiuto, per questi uomini, è vissuto come una ferita all’identità: non tollerano la perdita del controllo su quella che considerano “la loro donna”.
Dal punto di vista psicologico, spesso emergono distorsioni cognitive che giustificano l’uso della violenza come mezzo per “ristabilire l’ordine”. La donna che decide di interrompere una relazione viene percepita come traditrice, colpevole, “meritevole” di punizione. L’aggressività latente si tramuta in azione violenta, spesso premeditata.
Chi sono le vittime?
Le vittime di femminicidio sono giovani, istruite, autonome, spesso economicamente indipendenti. Questo fa saltare un altro mito: non si tratta solo di violenza domestica nei contesti marginali. Le donne uccise sono spesso quelle che avevano trovato il coraggio di dire “basta”. Ed è lì che scatta la vendetta.
Dal punto di vista psicologico, molte donne tentano di proteggere l’aggressore, minimizzano i segnali, sperano nel cambiamento. La vergogna, la paura, l’isolamento sono armi potentissime nelle mani di chi manipola. E anche quando la violenza è visibile, non sempre viene presa sul serio.
Il silenzio delle famiglie
In troppi casi, le famiglie degli aggressori — e talvolta anche quelle delle vittime — minimizzano, giustificano, tacciono. “Era un bravo ragazzo”, “non lo avrebbe mai fatto”, “si saranno detti qualcosa”. Frasi che rimbalzano dopo ogni tragedia, scolpendo un muro di gomma contro cui il dolore delle vittime rimbalza.
Il contesto familiare spesso ignora i segnali d’allarme, o peggio, li considera “normali litigi di coppia”. La cultura del patriarcato è ancora profondamente radicata in molte dinamiche familiari, dove la figura maschile è intoccabile e quella femminile subordinata.
L’importanza della prevenzione
Eppure gli strumenti per salvare queste vite esistono. Il numero antiviolenza 1522 è attivo 24 ore su 24, gestito da personale formato e disponibile in più lingue. In Italia ci sono oltre 350 centri antiviolenza, che offrono supporto legale, psicologico, rifugio. Ma spesso non vengono contattati in tempo, o le donne ci arrivano solo dopo anni di abusi.
La prevenzione deve iniziare molto prima, nelle scuole, con l’educazione affettiva, il rispetto del consenso, la parità di genere. Serve una rivoluzione culturale, come ha dichiarato Mara Carfagna: “Da un punto di vista normativo siamo avanti, ma culturalmente no. Serve una ribellione condivisa da tutti”.
Cosa dice la legge?
Il governo italiano ha recentemente approvato una legge che introduce per la prima volta una definizione legale di femminicidio, punibile con l’ergastolo. Sono aumentate anche le pene per stalking, violenza sessuale e revenge porn. Ma la legge, da sola, non basta.
Senza un cambio di paradigma culturale, senza una presa di coscienza collettiva, continueremo a piangere le nostre figlie, sorelle, amiche. Perché la violenza contro le donne non è un’emergenza: è una pandemia silenziosa.
Numeri che non mentono
Negli ultimi cinque anni, in Italia, oltre 500 donne sono state uccise per mano di partner o ex partner. L’85% degli omicidi di donne avviene all’interno delle mura domestiche. Eppure ancora oggi si stenta a usare il termine “femminicidio” nei titoli dei giornali, nelle sentenze, nel linguaggio quotidiano.
Serve una voce collettiva
Le proteste che si sono accese a Roma, Messina, Bologna dopo gli ultimi omicidi sono il segnale che una parte del Paese non vuole più tacere. Non basta indignarsi: dobbiamo trasformare l’indignazione in azione, pretendere formazione, risorse, ascolto, protezione. Per ogni donna che trova la forza di denunciare, ce ne sono altre dieci che non riescono nemmeno a parlarne.
E allora forse dobbiamo riscrivere anche noi un manifesto di civiltà, con parole chiare:
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Non è amore se ti controlla.
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Non è gelosia se ti isola.
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Non è passione se ti umilia.
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Non è un litigio se ti picchia.
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Non è un incidente se ti uccide.
Ogni donna uccisa è una sconfitta collettiva. E ogni silenzio, ogni “però”, ogni “era un ragazzo come tanti”, è un colpo inferto a tutte.
Che il nome di Sara, di Ilaria e delle tante, troppe, che le hanno precedute non siano solo numeri, ma richiami alla coscienza di un Paese intero.





