Un divario silenzioso tra tecnologia ed esperienza umana, la necessità di una nuova postura mentale e l’urgenza di formare professionisti capaci di trasformare consulenze tecniche in percorsi di vita. È con queste parole che il Dottor Steletti introduce la sua visione, maturata in oltre trent’anni di esperienza sul campo.
Il settore audioprotesico, oggi, offre soluzioni tecnologiche all’avanguardia, ma non sempre riesce a colmare quel vuoto che separa la performance tecnica dal vero benessere della persona ipoacusica e della sua famiglia. Da questa consapevolezza nasce la Hearing Coach School (HCS), un progetto che ambisce a rivoluzionare il modo in cui i professionisti si relazionano ai pazienti, mettendo al centro non solo l’orecchio, ma l’intera esperienza di vita.
Abbiamo intervistato il Dottor Steletti per capire meglio questo approccio innovativo e per approfondire i principi che guidano la sua scuola.
Dottor Steletti, lei parla spesso di una ‘crepa silenziosa’ nel mondo audioprotesico: un divario crescente tra l’eccellenza tecnologica dei dispositivi e la reale soddisfazione delle persone. Può spiegarci qual è la sua analisi di questo paradosso e come la sua esperienza trentennale sul campo l’ha portata a sentire l’urgenza di creare la Hearing Coach School?
La ringrazio per questa domanda, che va dritta al cuore del problema. Per trent’anni ho vissuto in prima linea quello che chiamo il grande paradosso della nostra professione: abbiamo applicato meraviglie della ricerca e dello sviluppo, nanotecnologia, dispositivi potentissimi, eppure, a fine giornata, rimaneva la sensazione frustrante che qualcosa di fondamentale non fosse passato. Vedevo persone ipoacusiche uscire con la soluzione tecnicamente perfetta, ma senza quella scintilla negli occhi che segna un vero cambiamento. Questa è la ‘crepa silenziosa’: il vuoto che si crea tra la nostra competenza tecnica e l’universo emotivo, psicologico e relazionale della persona che abbiamo di fronte.
Ho capito che il problema non era la tecnologia, ma il nostro approccio. Continuavamo a trattare l’ipoacusia come un problema dell’orecchio, quando la scienza e l’esperienza ci ‘urlano’ che è un evento che riscrive l’intera esistenza di un individuo. La Hearing Coach School è nata da un’urgenza etica e professionale: quella di creare un metodo, una disciplina, per colmare quella crepa. È la risposta alla domanda che mi ha tormentato per anni: come possiamo smettere di essere solo tecnici eccellenti e diventare veri facilitatori di cambiamento?
Il termine ‘Hearing Coach’ è potente e innovativo. Al di là della definizione, in cosa si differenzia concretamente un professionista formato con il suo metodo da un eccellente tecnico audioprotesista? Quali sono le competenze e, soprattutto, la ‘postura mentale’ che un collaboratore acquisisce e che gli permettono di trasformare una consulenza tecnica in un’alleanza trasformativa?
L’audioprotesista tradizionale è un maestro del ‘fare’: esegue protocolli, regola software, applica una soluzione. L’Hearing Coach è, prima di tutto, un maestro dell”essere’: incarna una nuova identità professionale, quella del leader del cambiamento. La differenza non è in cosa fa, ma in come lo fa e, soprattutto, perché.
Concretamente, la differenza sta nella sua ‘cassetta degli attrezzi’ mentale. Oltre alle imprescindibili competenze tecniche, ne acquisisce di nuove, quelle che noi chiamiamo le Non-Technical Skills: leadership comunicativa, gestione dello stress, pensiero strategico. Ma il cambiamento più profondo è la postura mentale. Un Hearing Coach adotta un sistema operativo basato su principi come ‘la mappa non è il territorio’ o ‘ogni comportamento ha un’intenzione positiva’. Questo significa che smette di vedere la resistenza del paziente come un ostacolo da combattere e inizia a vederla come una preziosa informazione, la porta d’accesso al suo mondo. Smette di ‘spingere’ una soluzione e impara a ‘guidare’ una persona verso la sua scelta più ecologica e consapevole. Non è più un tecnico che ripara un deficit, ma un architetto che co-progetta una nuova possibilità di vita.
La HCS fonda il suo metodo su discipline come le neuroscienze comportamentali e la programmazione neuro-linguistica (PNL). Come si traducono questi concetti, apparentemente complessi, in strumenti pratici che un audioprotesista può usare ogni giorno per gestire le resistenze, le obiezioni sul prezzo o il classico ‘ci devo pensare’ dei suoi assistiti?
Questa è una domanda centrale. Il nostro metodo, come lei ha giustamente notato, si fonda su basi scientifiche solide. Le neuroscienze, ad esempio, non sono un concetto astratto per noi. Sono uno strumento pratico. Quando un nostro coach impara che un paziente ansioso ha alti livelli di cortisolo che ‘spengono’ la sua capacità di decidere lucidamente, capisce che il suo primo compito non è spiegare, ma creare un ambiente di sicurezza neurologica per favorire il rilascio di ossitocina, l’ormone della fiducia.
Allo stesso modo, la PNL non è un insieme di ‘trucchi’, ma la grammatica del cambiamento. Un nostro corsista impara a usare il Metamodello non per manipolare, ma per porre domande di precisione che aiutino il paziente a fare chiarezza. Di fronte a un’obiezione come ‘costa troppo’, non inizia una sterile trattativa sul prezzo. Usa un pattern come la ‘gerarchia dei criteri’ per chiedere: ‘Capisco la sua attenzione all’investimento. E mi chiedo, cosa ha un valore più alto per lei: il risparmio oggi, o il valore di poter partecipare di nuovo pienamente alla vita della sua famiglia per tutti gli anni a venire?’. Abbiamo trasformato un’obiezione su un prodotto in un dialogo sui valori della vita. Ecco come la scienza diventa pratica quotidiana.
In definitiva, qual è il beneficio finale per la persona ipoacusica e per la sua famiglia? Può raccontarci un esempio di come l’approccio di un Hearing Coach possa cambiare radicalmente l’esito di un percorso riabilitativo, trasformando quella che spesso è una frustrante accettazione di un limite in un vero e proprio progetto di riconnessione con la vita?
Il beneficio finale va molto oltre il ‘sentire meglio’. È il ‘vivere meglio’. Le faccio l’esempio della ‘Signora Franca’, che è l’archetipo di tante persone che incontriamo. Arriva da noi con una prescrizione in mano da tre mesi, accompagnata da un marito frustrato. Un approccio tradizionale si sarebbe concentrato sull’eseguire test e proporre un apparecchio. Il nostro Hearing Coach, invece, ha dedicato i primi venti minuti a ignorare la prescrizione per esplorare la persona. Ha trasformato l’audiogramma da una ‘sentenza’ a una ‘fotografia della sua fatica’, validando la sua esperienza.
Il risultato? La Signora Franca ha smesso di sentirsi una ‘paziente difettosa’ e ha iniziato a vedersi come una persona con un cervello eroico che stava facendo uno sforzo immenso. L’apparecchio acustico non era più una ‘protesi da vecchio’, ma un ‘minicomputer che avrebbe dato al suo cervello il riposo che meritava’. La trasformazione non è stata tecnica, è stata identitaria. Ha smesso di subire un percorso e ha iniziato a co-progettare la sua riconnessione con la vita. Questo è il vero impatto: non vendiamo apparecchi, facilitiamo rinascite.
Guardando al futuro, con l’avanzare dell’intelligenza artificiale che promette di automatizzare molti aspetti tecnici della nostra professione, quale sarà secondo lei il ruolo umano e insostituibile del professionista? E come vede il movimento della comunità HCS plasmare il futuro del settore audioprotesico in Italia nei prossimi 5 anni?
Guardo all’intelligenza artificiale non come a una minaccia, ma come a una straordinaria opportunità. L’IA sarà un assistente imbattibile nella gestione dei Big Data: l’analisi delle audiometrie, l’ottimizzazione dei fitting, il monitoraggio dei dati di utilizzo. Questo libererà il professionista da compiti tecnici e gli permetterà di concentrarsi sul suo vero valore aggiunto insostituibile: la gestione dei Thick Data.
I Thick Data sono il contesto, l’emozione, la storia non detta, il significato che una persona attribuisce alla sua condizione. Nessun algoritmo potrà mai decodificare lo sguardo di un marito preoccupato o l’esitazione nella voce di una donna che ha paura di invecchiare. Il futuro della nostra professione appartiene a chi diventerà un maestro dell’intelligenza relazionale.
La mia visione per la HCS è quella di creare un movimento nazionale di professionisti che facciano di questa intelligenza il loro marchio di fabbrica. Vogliamo che l’audioprotesista italiano sia riconosciuto in Europa non solo per la sua competenza tecnica, ma per la sua straordinaria capacità di mettere la persona al centro, trasformando ogni centro acustico in un’eccellenza della relazione d’aiuto. L’IA gestirà il suono; noi gestiremo il significato. E in questo, saremo insostituibili.
L’intervista mette in luce un cambiamento radicale: dall’audioprotesista tecnico al facilitatore di rinascite, capace di coniugare competenza tecnologica e intelligenza relazionale. Una visione che, come sostiene Steletti, non è solo necessaria, ma inevitabile, se vogliamo che la tecnologia non resti fine a sé stessa, ma diventi davvero strumento di vita.





