Olio di palma: è davvero nocivo?

Negli ultimi mesi si è tanto discusso sull’argomento, perché quello dell’olio di palma è un tema molto sentito.
Quando si parla di olio di palma (ricavato dalle palme da olio: Elaeis guineensis Elaeis oleifera e Attalea maripa) si fa riferimento a tre categorie: olio di palma grezzo rosso, olio di palma raffinato o bifrazionato (con il 50% di grassi saturi) e olio di palmisto (con l’85% di grassi saturi). Il primo si ricava dai frutti color rosso della palma da cui prende il nome, esso contiene carotenoidi, precursori della vitamina A, acidi grassi saturi, antiossidanti e vitamina E. Il secondo è quello che ha subito la lavorazione industriale ed è molto utilizzato nel settore alimentare per la produzione di cibi quali: biscotti, merendine, gelati, cioccolato, zuppe e fritti. Questo tipo di sostanza, attraverso il processo di liquefazione, perde tutti gli antiossidanti presenti nella forma grezza a favore dei soli acidi grassi saturi. L’olio di palmisto, dal colore bianco, invece, si estrae dai semi della pianta ed ricco di acidi grassi saturi. In generale, l’olio di palma è costituito da un’alta presenza di trigliceridi e di acidi grassi saturi. Abbiamo chiesto alla nutrizionista Caterina Esposito delucidazioni sul tema.

Olio di palma: è davvero nocivo e quali sono i rischi reali per la nostra salute?

Il valore nutrizionale reale e gli effettivi impatti negativi che l’olio di palma può avere sulla salute sono ancora fonte di studi controversi. C’è chi afferma nel modo più assoluto che l’olio di palma fa male e lo demonizza senza possibilità di appello, vista l’elevata presenza di acidi grassi saturi, che innalzano il colesterolo ematico e favoriscono così l’insorgenza di disturbi cardiovascolari. Oltre alla formazione di placche arteriosclerotiche e l’aumento del rischio di malattie cardiocircolatorie, questo prodotto può provocare obesità e alterazione dei meccanismi di sazietà. Infine, anche il diabete mellito è annoverabile tra i rischi. Si discute, poi, se l’olio di palma possa avere o meno effetti cancerogeni sul nostro corpo.

Al contrario, c’è poi chi pone l’accento, esaltandolo positivamente, sull’alto contenuto di vitamina E e carotenoidi. L’olio di palma grezzo, per tutte le sue caratteristiche, non rappresenta di per sé un grosso rischio per la salute di cuore e arterie o per il problema di sovrappeso e obesità. Purtroppo, però, quello che viene usato dalle industrie alimentari non è questo, ma il suo equivalente raffinato che ha ormai perso tutte le sue sostanze benefiche. L’olio di palma quindi non è dannoso in sé. Fa male perché, ricco com’è di grassi saturi, viene impiegato quasi dappertutto, tanto da farci superare le soglie raccomandate dagli organismi internazionali e nazionali (Oms, Iss ecc.) per stare in salute. I grassi saturi sono fattori di rischio per problemi cardiovascolari, diabete, tumori. L’olio di palma presenta un contenuto di acidi grassi saturi superiore alla maggior parte degli altri grassi usati in alimentazione, quali olio di semi di girasole, olio di soia, che hanno un minor contenuto percentuale di acidi grassi saturi e un maggior contenuto di acidi grassi mono/polinsaturi.

In una corretta alimentazione i grassi dovrebbero apportare circa il 25-30% delle kcal totali, di cui il 7-10% rappresentati proprio da quelli saturi. Il punto principale è che spesso ne assumiamo più del necessario e in maniera anche inconsapevole, proprio perché l’olio di palma è contenuto in moltissimi prodotti di uso quotidiano.
A questo si deve aggiungere il recente studio dell’Efsa, il quale ha messo in luce che la raffinazione dell’olio di palma produce alcune sostanze cancerogene e potenzialmente tossiche per l’organismo. Proprio a seguito di studi come questo, diverse aziende nel settore alimentare (come ad esempio i prodotti a marchio coop) hanno deciso di ritirare dal mercato prodotti contenenti olio di palma raffinato in quanto ritenuti pericolosi per la salute. La soluzione è fare acquisti più intelligenti, passando al vaglio al meglio le etichette di ciò che stiamo per comprare, riducendo quanto più possibile o eliminando l’uso di quelli contenenti olio di palma e sostituendo, quindi, snack e spuntini con frutta e verdura di stagione ed evitando il più possibile prodotti confezionati e/o già pronti.

In quali alimenti si trova?

L’olio di palma raffinato è molto utilizzato nelle industrie alimentari per la frittura dei cibi e per la preparazione dei prodotti confezionati come biscotti, merendine, gelati, cioccolato e cioccolato spalmabile, zuppe già pronte ecc, a cui sa conferire cremosità e croccantezza, fungendo da addensante. E’ molto utilizzato anche nei prodotti per neonati: l’olio di palma infatti si caratterizza per il suo contenuto di acido palmitico, un grasso che è naturalmente presente in elevata quantità anche nel latte materno. È proprio per rendere il latte più simili a quello naturale della mamma che l’industria lo utilizza nella produzione del latte artificiali. Inoltre,  per il suo basso costo (circa 2 euro al litro per quello raffinato) viene molto utilizzato anche in ristoranti e friggitorie. Secondo l’Iss (istituto superiore di sanità) la popolazione adulta consuma tra i 2,5 e 4,7 grammi di olio di palma al giorno. Per i bambini è anche peggio perché sono loro i più grandi consumatori di merendine e biscotti. Essi consumano tra i 4,4  e i 7,7 grammi giornalieri.

Perché l’industria alimentare preferisce usare l’olio di palma?

Ci sono diversi motivi per cui l’industria alimentare preferisce utilizzare l’olio di palma. Innanzitutto è meno delicato rispetto ad altri oli; l’olio di palma possiede, infatti, una forte resistenza alla temperatura e al sole, candidandosi come olio migliore per la corretta conservazione dei cibi confezionati. Raggiungendo il punto di fumo molto lentamente, è l’ideale per la cottura dei cibi. È incolore, insapore, altamente versatile e lavorabile ma, soprattutto, è molto economico.
Rispetto ai grassi di origine animale , come burro, lardo e alcuni tipi di oli vegetali come quello di mais, l’olio di palma risulta più digeribile per la presenza, tra gli altri, di acidi grassi a media catena che attraversano più facilmente la parete intestinale.

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