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Donazione degli organi: l’estremo atto di generosità

Persino la morte può subire una metamorfosi e passare da uno stato di fine e assenza a uno di inizio e rinascita. Con la donazione degli organi si realizza l’estremo gesto di generosità, implicito già nella parola «donazione». Così, l’ossimoro morte-donazione diventa snodo per una nuova esistenza.
Attualmente, in Italia, la legge stabilisce il principio del consenso o dissenso esplicito, per cui a chiunque è data la possibilità di dichiarare validamente la propria volontà di essere un donatore, attraverso la registrazione presso gli appositi sportelli delle Asl e dei Comuni o il tesseramento all’ A.I.D.O. ( Associazione italiana per la donazione degli organi). In mancanza di una esplicita dichiarazione espressa in vita, i familiari (coniuge non separato, compagno, figli maggiorenni o genitori) possono esprimere il loro parere favorevole.

«Secondo la mia esperienza la cosa più difficile per un medico che si occupa di trapianti di organi è proprio il rapporto con i familiari della persona deceduta. È fondamentale creare un legame di fiducia con i parenti affinché possano essere certi che i dottori abbiano fatto tutto il possibile per salvare il loro caro e che la donazione sia solo la conseguenza di una impossibilità di salvarlo», ha raccontato la dottoressa Raffaella Covino, per anni coordinatore locale dell’Asl Na 1-ospedale “Pellegrini”, per i prelievi d’organo.
La dottoressa ha, poi, spiegato quanto sia importante accertare la morte cerebrale prima di procedere al prelievo. Se il paziente è ancora in uno stadio di coma non è possibile prelevare gli organi, è necessario che il cervello sia spento per procedere. «È possibile prelevare tessuti, cioè tendini, valvole cardiache, ossa, – ha continuato la dottoressa Covino – da un paziente di cui si sia accertata la morte cardiaca. Il vantaggio di questa procedura è quello di evitare una terapia post- operatoria, necessaria invece quando si trapiantano, ad esempio, valvole meccaniche».

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