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Revenge Porn minaccia e gogna Social

Il Revenge Porn, ovvero la pubblicazione non consensuale di materiale privato a sfondo sessuale, quali foto e video, sta raggiungendo proporzioni allarmanti.

L’Osservatorio Cyber Security dell’Eurispes evidenzia come nel 51% dei casi, le vittime contemplino la possibilità del suicidio.

Le vittime sono per la maggioranza donne.

Sono 9milioni le ragazze che in Europa hanno subito forme di violenza web anche prima di aver raggiunto i 15 anni.

Le restrizioni dei Paesi europei di contrasto alla pandemia in corso e i lockdown adottati hanno favorito questo tipo di violenza ai danni delle donne, e sono in netto aumento i casi di Revenge Porn.

Il 25 novembre ricorre “La giornata internazionale contro la violenza (maschile) sulle donne”, per questa occasione vogliamo fare una riflessione sul ruolo dei social network in pandemia e sul Revenge Porn.

Se da un lato le diverse piattaforme rappresentano uno strumento comunicativo, dall’altro se strumento non regolamentato, diventa fattore di esposizione a gravi rischi soprattutto per le giovani adolescenti e le donne.

Internet è uno spazio, un luogo che si abita di chi lo vive.

Un luogo di possibilità e di ricerca ma alla stregua di un pub o un bar, un luogo di persone vili e pericolose.

Internet, nella logica del branco, è un luogo immune e impunito.

Non è così.

In Italia la legge n. 69/2019 punisce il reato della diffusione illecita di immagini e video espliciti, senza cioè il consenso delle persone rappresentate, con sei anni di carcere e una multa dai 5mila ai 15mila euro.

Ci si chiede allora perché a Torino la maestra coinvolta in un episodio di Revenge Porn abbia perso il posto di lavoro.

Più di 200 tra giornaliste, docenti, ricercatrici, politiche, scrittrici, attiviste hanno deciso di manifestare con una lettera aperta la propria solidarietà alla maestra d’asilo colpita da Revenge Porn. (Per aderire:adesioniperfranca@gmail.com).

Nel caso citato di Torino, la moglie di uno degli amici ha riconosciuto la maestra d’asilo dei propri figli nei video e ha girato il materiale alla preside della scuola, che ha licenziato la vittima, impiegata in una scuola di Torino.

Lei, però, con coraggio ha portato in giudizio chi ha diffuso e condiviso video e foto senza il suo consenso, e la preside della scuola per il licenziamento.

Dal sito Eurispes si legge come esistano numerosi siti che incoraggiano i propri utenti a caricare, per vendetta, foto e video intimi dei loro ex-partner.

È anche frequente che offrano il servizio nell’ambito di forum, dove gli altri utenti hanno la possibilità di postare commenti dispregiativi o volgari nei confronti delle persone ritratte nelle immagini, che nel 90% dei casi sono donne.

Secondo uno studio statunitense del 2014, il 50% delle foto intime sono corredate da nome, cognome e link ai profili social personali, il 20% da indirizzi e-mail o numeri di telefono.

Di conseguenza, questo fenomeno può avere pesanti ripercussioni sul piano lavorativo, dato che, infatti, secondo studi di Microsoft e di CareerBuilder, circa l’80% dei datori di lavoro utilizza i motori di ricerca e i social media per raccogliere informazioni sui candidati per i posti di lavoro e, circa il 70% delle volte, ne consegue un’esclusione dovuta ad una cattiva web reputation.

Un altro studio del 2019, pubblicato da Cyber Civil Rights Initiative, ha evidenziato come l’8,02% degli adulti intervistati abbia riportato di essere stato vittima Revenge Porn.

La maggior parte delle vittime (circa il 70%), ha subìto la condotta dell’attuale partner (31,15%) o di un precedente partner (39,75%).

È importante innescare un cambiamento, è fondamentale che le ragazze acquistino consapevolezza dei propri diritti e quali rischi comporti condividere un contenuto web.

Ciò che scriviamo o registriamo potrebbe non rimanere privato e diventare una minaccia oppure una gogna, Social.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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