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Introduzione all’infermiere di famiglia e nuovo patto per la salute

Bisogno assistenziale alto in Italia che cresce assieme alla crescita della popolazione anziana la cui presenza pone l’Italia, dopo il Giappone, al secondo posto per cittadini over ’65 bisognosi di cure, come confermano i dati Ocse che certificano una presenza in Italia del 20% di popolazione anziana.

Il disegno di legge 1346 – di cui primo firmatario Gaspare Antonio Marinello M5S – introduce la figura dell’infermiere di famiglia affinché si alleggerisca il carico degli ospedali e, in vista del nuovo Patto per la salute approvato in Stato-Regioni, garantire alle famiglie-comunità assistenza territoriale e risorse da destinare in primo luogo alla fascia della terza età.

La Federazione Nazionale Ordini Professioni Infermieristiche (FNOPI) dichiara in un comunicato l’importanza di stabilire un bacino di popolazione di riferimento affinché l’infermiere di famiglia possa soddisfare pienamente il bisogno assistenziale territoriale.

La figura dell’infermiere di famiglia – comunità può rendere servizio reale di aiuto in casi di malattie invalidanti.

Le malattie croniche riguardano ad oggi più di 24 milioni di cittadini in Italia, così come riporta Barbara Gobbi per il “Sole 24 ore”.

Si tratta, quindi, di un’emergenza nazionale ma anche globale tanto da fare in modo che l’Organizzazione mondiale della sanità dichiarasse il 2020 “l’anno dell’infermiere” individuando nella figura dell’infermiere di comunità un punto di svolta per coprire il bisogno assistenziale e sanitario globale.

La FNOPI si è occupata di stimare i numeri mancanti per una reale assistenza familiare, mancherebbero 30.000 infermieri all’appello dato che servirebbe un infermiere ogni 500 assistiti.

Il tipo di figura introdotta dal DDL dovrebbe operare anche nelle case della salute e negli ospedali di comunità.

Avviate sperimentazioni in materia in regioni quali la Puglia, il Friuli Venezia Giulia e la Valle d’Aosta mentre si può fare richiesta in Lombardia, Piemonte, Toscana e Lazio

Cooperazione e attivazione di una rete di competenze tra medici, ospedali e assistenza infermieristica, quindi,  così come scrive la FNOPI  “L’infermiere di famiglia/comunità inoltre può rappresentare una soluzione per quanto riguarda l’assistenza nelle cosiddette “aree interne”: si tratta della cura di oltre un terzo del territorio italiano (le zone montane coprono il 35,2% e le isole l’1% della Penisola) e la collaborazione tra infermieri di famiglia e di comunità sul territorio – sociale e di cura – per il sostegno in quelle zone che oggi spesso vengono spopolate perché prive proprio di supporti sociali e più in generale di servizi pubblici, rappresenterebbe anche uno strumento utile alla riduzione delle attuali disuguaglianze”.

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