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Dieta Low-FodMap: la cura dell’intestino irritabile

La dieta low FodMap non è una dieta dimagrante ma una dieta curativa per l’intestino irritabile.

Non si tratta di una dieta fai da te ma di un rimedio curativo che somministra uno specialista.

Nuove evidenze scientifiche ne attestano l’efficacia, così come rileva la rivista Nutrition Foundation of Italy, che ne descrive metodologie d’intervento e obiettivi.

La dieta Low FodMap elimina, per poi gradualmente reintrodurre, specifici elementi per contrastare la sindrome dell’intestino irritabile quali lattosio, fruttani, fruttosio, galattani e polialcoli.

In altri termini parliamo di eliminare alimenti come latte e latticini, dolcificanti come miele, xilitolo e fruttosio, quasi tutti i legumi, il frumento, la segale, il kamut e tutti i loro derivati (tra cui la pasta, il pane e i dolci), sostituibili con cereali come la quinoa, il mais, il riso e il grano saraceno.

E ancora bevande come i succhi di frutta, la camomilla, i vini da dessert, il rum e la tisana al finocchio, le verdure come i carciofi, gli asparagi, i porri, il cavolfiore, l’aglio e la cipolla, frutta secca e frutta fresca come mango, pera, cocomero, ciliegie, albicocche datteri e fichi.

La sindrome dell’intestino irritabile è un diffuso disturbo ad andamento cronico, che colpisce circa l’11% della popolazione mondiale, con una maggiore prevalenza nelle donne rispetto agli uomini.

Dolore addominale, flatulenza, con variazioni dell’alvo sono tra i principali sintomi associati a questa condizione, che per la loro intensità e il loro andamento cronico possono compromettere la qualità della vita.

L’efficacia della dieta Low – FodMap (Fermentable Oligosaccharides Disaccharides Monosaccharides And Polyols, ovvero oligosaccaridi, disaccaridi, monosaccaridi e polioli fermentabili) nella riduzione dei sintomi da intestino irritabile è stata dimostrata dai risultati di trial clinici, in particolare per quanto concerne il gonfiore ed il dolore addominale.

Una dieta con un ridotto apporto di questi carboidrati apporterebbe, infatti, benefici a circa il 70% dei pazienti.

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