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Noia e solitudine. Gli effetti dell’isolamento sulle capacità cognitive

“La noia – scriveva Moravia nel suo romanzo La Noia- è mancanza di rapporti con le cose”

L’isolamento estremo e l’assenza di stimoli e, quindi l’annoiarsi, inducono l’uomo ad acquisire un modello esistenziale monotono, taciturno e riservato che non solo danneggia la capacità di apprendere e ricordare ma incide, inoltre, sulla capacità di processare le emozioni e stabilire interazioni umane.

Il “New England Journal of Medicine” ha reso noto due studi in cui si esaminava una condizione estrema di isolamento in relazione alle funzioni cognitive e le facoltà emotive.

Protagonisti dello studio 9 ricercatori.

Luogo: l’Antartide.

In questo desertico e affascinante paesaggio indiscusso regno del freddo, i ricercatori hanno trascorso ben 14 mesi di vita, isolati nella loro base.

Cosa è successo?

Al ritorno i ricercatori sono stati sottoposti a una serie di esami e valutazioni scientifiche che hanno rilevato un visibile assottigliamento di alcune regioni cerebrali.

Un cambiamento attribuibile alla poca varietà di relazioni sociali e alla condizione di estremo isolamento “Non molto diverso da quello che, probabilmente, si vivrebbe in un lungo viaggio spaziale” scrivono gli scienziati.

“Le perdite più significative si sono registrate nell’ippocampo, una regione cerebrale cruciale per l’apprendimento e la memoria, ma anche per la capacità di processare le emozioni e stabilire interazioni umane”

Il secondo studio è stato condotto da Alexander Stahn, un ricercatore esperto di medicina spaziale della Charité-Universitätsmedizin di Berlino, e ha coinvolto nove ricercatori, i quali sono stati chiamati a trascorrere 14 mesi nella Neumayer Station III, una base di ricerca tedesca dell’Alfred Wegener Institut posizionata sulla piattaforma di ghiaccio Ekström, vicino al Mare di Weddell.

I ricercatori sono stati sottoposti prima della partenza a risonanza magnetica nonché alla misurazione di una proteina chiamata fattore neurotrofico cerebrale, o BDNF.

Questa sostanza supporta la crescita di nuove cellule nervose ed è attiva nelle aree coinvolte in apprendimento e memoria e senza di essa l’ippocampo non riuscirebbe a formare nuove connessioni (sinapsi).

Alla fine della loro missione, i ricercatori sono stati esaminati nuovamente ed è risultato che i livelli della proteina BDNF risultavano diminuiti del 45%, e lo sono stati fino ad almeno un mese e mezzo dopo il ritorno a casa.

Gli studi svolti sul ghiaccio ci suggeriscono, c’è da precisare che il numero ridotto del campione preso in esame non permette una generalizzazione valida, gli studi ci suggeriscono, però, che isolamento estremo, noia e solitudine portano a un certo impoverimento delle funzioni cognitive.

 

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