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Sonno ed emozioni: un viaggio nella mente in compagnia della psichiatra Maria Rosaria Di Gregorio

Maria Rosaria di Gregorio, medico psichiatra e psicoterapeuta ci introduce in un viaggio nella mente e nelle difficoltà umane nell’affrontare la pandemia in corso.

Affrontiamo con lei alcuni tra i problemi più comuni in vista di questa situazione destabilizzante, quali privazione del sonno, paura della solitudine, ansia da informazioni.

 

Una persona si sente stanca, vorrebbe dormire, ma non ci riesce. Perché?

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Sappiamo che durante il sonno il cervello non è spento. Il corpo si rigenera e la mente viaggia libera nell’inconscio.   Il cervello lavora come quando siamo in stato di veglia.

Esistono due tipi di sonno che si alternano in continuazione: quello profondo e quello Rem.

Durante il sonno profondo il cervello rallenta la sua attività sebbene tutti i neuroni lavorino in modo armonico e sincronizzato. In questa fase viene consolidata la memoria, si assimilano concetti, definizioni e dati emersi nel corso della giornata.

Nel sonno Rem, invece, il cervello si comporta come durante la veglia, il cuore batte in maniera irregolare e la pressione sanguigna aumenta. È la cosiddetta fase dei sogni in cui, tra le altre cose, riviviamo le tragedie.

Il cervello genera l’addormentamento quando non è pressato da ansie o stress.

Parliamo di inquietudine. Provare preoccupazione è una sorta di difesa?

La persona che non sta bene durante il giorno perché inquieta, agitata o preoccupata, non starà bene neanche la notte.

Gli stati d’ansia, d’angoscia e di alterazione dell’umore impediscono di “staccare la spina” e passare dalla veglia al sonno favorendo la perdita del sonno.

La costante esposizione a un flusso ininterrotto di immagini   di disastri, guerre, epidemie e orrori vari impone di restare vigili, svegli, in stato di allarme perché un’appropriata percezione del rischio può aiutare a fronteggiare la situazione e a proteggere sé stessi e gli altri.

Provare stress, ansia, dolore e preoccupazione è quindi assolutamente umano anzi vantaggioso.

Non dobbiamo temere le nostre paure?

L’evoluzionismo insegna che provare paura è essenziale per la sopravvivenza ma quando tale emozione supera determinati limiti, quando è onnipresente e persistente diventa altamente destabilizzante e finisce per generare risposte disadattive.

È dunque fondamentale trovare un equilibrio tra sentimento di paura e rischio oggettivo altrimenti il panico andrà ad alterare la giusta considerazione del pericolo e renderà inefficace o addirittura controproducente la risposta di difesa.

Gli esseri umani hanno bisogno di oggettivare la paura dandole un volto.

Nella situazione di “emergenza infettiva” che attualmente si vive, così come in qualsiasi altra condizione considerata di emergenza o vissuta come tale dall’individuo, le sensazioni di insicurezza e isolamento sono comuni ed è difficile prevedere le conseguenze a cui si assisterà soprattutto dopo che l’epidemia sarà passata.

Esistono reazioni generalizzabili in questa situazione?

Ogni essere umano reagisce alle difficoltà con le proprie risorse e con le caratteristiche del proprio stile di personalità. Ogni individuo ha una sua identità psichica ed una maggiore o minore fragilità. Può esserci una buona capacità di adattamento cosi come un peggioramento di eventuali stati clinici attuali o pregressi. Non si può generalizzare. Allo stato attuale è impossibile prevedere cosa accadrà e non è corretto fare predizioni da un punto di vista scientifico.

Le emozioni potrebbero assediare le persone più vulnerabili?

Essere consapevoli delle emozioni che si provano e guardare in faccia la paura è quantomai opportuno. La coscienza della paura permette di chiedere aiuto e questo va fatto senza imbarazzo o vergogna quando se ne avverte il bisogno. La distanza che tutti dobbiamo mantenere gli uni dagli altri associata all’obbligo di rimanere a casa pone gli individui faccia a faccia con la paura della solitudine.

“L’epidemia di solitudine” è dunque un pericolo da non sottovalutare in quanto rischia di colpire tutti ma particolarmente le persone più vulnerabili.

La pandemia da coronavirus ha portato in tempi rapidissimi a cambiamenti radicali degli stili di vita, imponendosi su ogni condizione esistente. Il distanziamento sociale obbligatorio ha determinato la progressiva perdita di spontaneità di gesti istintivi come il contatto fisico. La quarantena e il mutamento radicale nel modo di vivere la dimensione relazionale sono entrati di forza in famiglia, talvolta in contesti difficili come nelle famiglie dove gli abusi sono all’ordine del giorno, negli ambienti lavorativi. La possibilità di uscire di casa, da un giorno all’altro, è diventata un lusso.

Esiste una visione bellica della pandemia, condivide questo punto di vista?

L’insistente visione bellica con il suo relativo linguaggio non aiuta ad affrontare l’emergenza da un punto di vista psicologico e cognitivo. Dovremmo abbandonare l’idea che quella al coronavirus sia una guerra e introdurre il concetto di cura in ogni gesto. Ora che il virus impone distanza, dovremmo riscoprire il concetto di solidarietà e, soprattutto, i valori sui cui si vuole fondare la convivenza.   Si può aver paura di essere contagiati, ci si può sentire soli e impotenti, ma non è una guerra.  Un virus, come nemico, non si siederà mai a un tavolo per trattare e medici e infermieri hanno il diritto di lavorare in condizioni di sicurezza, senza dover diventare eroi.

In quarantena il fantasma che si materializza è la solitudine: il vero nemico invisibile …

Al virus che impone il distanziamento si può rispondere con la costruzione di connessioni. Favorire quante più connessioni possibili tra le persone affinché la solitudine e l’isolamento sociale non producano danni irreparabili intrapsichici, relazionali e organici. Il ruolo della famiglia e degli amici è importantissimo. In quarantena ogni individuo e soprattutto chi vive da solo dovrebbe ridurre la sovraesposizione

Riuscire a stabilire rapporti di solidarietà, dunque, di vicinanza può essere una soluzione?

Alle informazioni dei media o dei social, è fondamentale costruire un forte sistema di supporto tra individui.

I single sono bravi a stare da soli ma in quarantena sono costretti a rinunciare alla libertà di movimento e all’indipendenza che sono alla base della scelta di vita in “autonomia”. Questo potrebbe portare alla comparsa di forti sentimenti di abbandono. Per fortuna la tecnologia viene in aiuto con applicazioni che permettono contatti e consentono persino di guardarsi in faccia almeno virtualmente.

Fino a qualche mese fa sembrava predominante la posizione di chi riteneva che l’intelligenza artificiale tutto poteva tranne provare emozioni e che l’emozione più grande nasceva da un

abbraccio. Ebbene, in questo momento in cui le circostanze hanno costretto ad una contestualizzazione le più radicate opinioni, si può affermare che un abbraccio digitale è molto ma molto meglio della disconnessione tra esseri umani.

Riusciremo a superare tutto questo?

Si. Ma ciascun essere umano deve necessariamente rimanere in armonia con il proprio universo e con le sue continue sorprese.

 

 

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