Legge 40: la procreazione assistita in Italia

Si riaccende il dibattito, tutto italiano, sulla procreazione medicalmente assistita regolata dalla legge 40/04.

La legge sulla procreazione assistita abbraccia un ampio ventaglio di problematiche non solo relative alla fertilità maschile, ma anche alle politiche del lavoro che attualmente non riescono a conciliare le esigenze del lavoro e della maternità.

Si chiama “Permanent involuntary childlessnes” la condizione in cui versano le coppie costrette a rinunciare alla procreazione per le falle del welfare italiano a tutela del rapporto lavoro-famiglia.

Il ricorso alla procreazione medicalmente assistita, infatti, è un procedimento cui si affidano non soltanto le coppie con problemi di sterilità ma anche nuclei che avrebbero potuto procreare naturalmente nei tempi adeguati.

Il rischio di sterilità, infatti, avanza con il tempo e se a 25 anni la sterilità raggiunge una percentuale media del 5% già a 35 anni arriva al 17% fino al 33% dei 40 anni.

L’associazione Luca Coscioni, associazione no profit e di promozione sociale che si occupa di affermare i diritti civili, si pone tra gli obiettivi del progetto, l’abbattimento delle barriere architettoniche e l’accesso alla procreazione medicalmente assistita.

Scrive l’associazione in un comunicato recente:

“Il 12 e 13 giugno 2005, la Legge 40/04 sulla Procreazione Medicalmente Assistita fu oggetto del referendum popolare sull’abrogazione di buona parte dei divieti che andavano contro il diritto alla salute. Non fu raggiunto il quorum ma l’80% di chi votò scelse di cancellare le proibizioni su fecondazione assistita e ricerca sulle cellule staminali embrionali”, il comunicato riapre, così, un sensibile dibattito sia scientifico che sociale.

La legge 40 del 2004 suscita critiche nella schiera degli oppositori poiché vieta la crioconservazione (tranne in casi non prevedibili al momento della fecondazione), con il conseguente impianto di ovociti contemporaneamente, che ha determinato un sensibile aumento delle gravidanze plurigemellari, soppressione di embrioni, la diagnosi pre-impianto dell’embrione e la fecondazione eterologa.

La tecnica della Fertilizzazione In Vitro con Embryo Transfer, la Fivet, è una fecondazione in vitro dell’ovulo con successivo trasferimento dell’embrione così formato nell’utero della donna.

Una tecnica studiata nel Regno Unito da Patrick Steptoe e Robert Edwards che diede alla vita nel luglio del 1978 Louise Brown. La tecnica Fivet prevede una percentuale di gravidanza del 18%, molto utilizzata per risolvere problemi di infertilità maschile che si associa all’inseminazione artificiale con sperma di un donatore.

In Italia assistiamo all’assenza di una rete nazionale per la donazione, la donazione di gameti non prevede alcun rimborso per donatori di liquido seminale e donatrici di ovociti, e per far fronte alla domanda, crescente, i centri importano ovociti e spermatozoi dalle criobanche straniere. Si stima che nel 2016 siano stati importati 6mila criocontenitori di ovociti e 3mila criocontenitori di liquidi seminale con un costo di 20 milioni di euro.

Altro effetto della mancata gestione politica del tema è il cosiddetto “turismo procreativo”, nel 2011 erano circa 4000 le coppie italiane in cerca all’estero della fecondazione eterologa (se il seme non è del padre o l’ovulo non proviene dalla madre, ma da un donatore), dati che risultano crescere nel tempo e che la poca chiarezza sulla legge 40/2004 non aiuta a risollevare.

 

 

 

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