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Okara cos’è e come si cucina

Okara è la parola giapponese che indica la polpa della soia.

Si tratta, in altre parole, dello scarto, o meglio delle parti insolubili della soia, quel che rimane se la filtriamo.

Essa, però, può indicare tutte le polpe che rimangono nella preparazione di bevande vegetali e, quindi, può includere anche mandorle, nocciole avena, riso.

Per chi autoproduce questo tipo di bevande, una pratica estremamente conveniente e salutare, il risparmio nella produzione del latte di soia è ad esempio dell’80% circa rispetto a quello acquistato, sa di cosa stiamo parlando.

L’Okara è quel composto granuloso ricco di fibra e nutrienti, che rimane dopo aver filtrato il latte vegetale.

È possibile sia essiccarlo oppure congelarlo in modo da farlo durare a lungo, in alternativa se lo riponete in frigorifero usatelo entro 3-4 giorni.

Per essiccarlo basta porlo su carta forno e cuocerlo a 120 gradi per un paio d’ore, quando sarà asciutto sembrerà farina, che potrete chiudere e conservare semplicemente in barattoli ermetici.

Il sapore dell’Okara, rispetto alle farine tradizionali è leggermente più intenso, ricorda quello delle nocciole e della frutta secca.

Ancora fresca, invece, l’Okara può essere la base di polpette, può essere usata per i ripieni, dato che assomiglia al formaggio, oppure un semplice ingrediente per preparare un pasticcio di verdure.

L’Okara è un ingrediente duttile e versatile che può essere usato per fare dei biscotti, ad esempio, ma anche torte, sformati o semplicemente saltato con gli ortaggi come usate, in sostanza, il cous cous.

Noto alla cucina orientale, da un po’ di tempo è più conosciuto grazie all’interesse di vegetariani e vegani che lo sfruttano al meglio nella loro dieta.

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