Disinformazione online

Porre la questione della disinformazione online si traduce nel concentrare l’attenzione su una polarizzazione sociale, una forma di aggregazione tra le persone che avviene nella realtà Web.

Uno studio pubblicato dalla rivista Pnas indaga proprio su come gli utenti dei social media condividano interessi e narrazioni, visioni del mondo.

Il problema si presenta quando il World Wide Web, WWW, fornisce informazioni non verificate che costituiscono poi, fenomeni di pensiero che risultano infondati ma che a loro volta, forniscono materiale per modelli di consumo di informazioni non veritiere.

Scrivono gli autori dello studio: “il World Wide Web (WWW) consente anche la rapida diffusione di voci infondate e teorie del complotto che spesso suscitano risposte sociali rapide, ampie ma ingenue come il recente caso di Jade Helm 15, dove si è rivelata una semplice esercitazione militare essere percepito come l’inizio di una nuova guerra civile negli Stati Uniti”.

Il lavoro, affronta le determinanti che governano la diffusione della disinformazione online attraverso un’analisi quantitativa.

In particolare, lo studio si è concentrato su come gli utenti di Facebook consumino informazioni relative a due narrazioni distinte: notizie scientifiche e cospirative.

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In effetti, l’omogeneità sembra essere il driver principale per la diffusione dei contenuti e ogni camera d’eco ha la sua dinamica a cascata. 

La massiccia diffusione di sistemi sociotecnici e piattaforme di microblogging sul World Wide Web (WWW) crea un percorso diretto dai produttori ai consumatori di contenuti, ovvero consente la disintermediazione e cambia il modo in cui gli utenti si informano, discutono e si formano le proprie opinioni.

Questo ambiente disintermediato può favorire la confusione sul nesso di causalità, e quindi incoraggiare speculazioni, voci e sfiducia, generando ciò che definiamo disinformazione online.

Nel 2011 un blogger ha affermato che il riscaldamento globale era una frode progettata per diminuire la libertà e indebolire la democrazia.

Lavori recenti – scrivono gli autori- hanno dimostrato che aumentare l’esposizione degli utenti a voci prive di fondamento aumenta la loro tendenza ad essere creduloni.

Secondo lo studio, la formazione e la revisione delle credenze è influenzata dal modo in cui le comunità cercano di dare un senso agli eventi o ai fatti. 

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Tale fenomeno è particolarmente evidente sul WWW dove gli utenti elaborano le informazioni attraverso un sistema di significati condiviso e innescano inquadramenti collettivi di narrazioni spesso distorte verso l’autoconferma.

La massiccia disinformazione online sta diventando pervasiva nei social media online nella misura in cui è stata elencata dal World Economic Forum (WEF) come una delle principali minacce per la nostra società.

“I nostri risultati mostrano che gli utenti tendono principalmente a selezionare e condividere contenuti relativi a una narrazione specifica e a ignorare il resto.

In particolare, dimostriamo che l’omogeneità sociale è il driver principale della diffusione dei contenuti e un risultato frequente è la formazione di cluster omogenei e polarizzati. 

La maggior parte delle volte l’informazione è presa da un amico che ha lo stesso profilo (polarizzazione) – cioè, appartenente alla stessa camera di eco”.

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