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Gaming Disorder, quando giocare è una malattia

Il “Gaming Disorder”, cioè la dipendenza dai videogames è annoverata tra i disturbi nell’undicesima versione dell’International Classification of Diseases (ICD-11).

 La dipendenza dai videogiochi è una malattia?

Il gioco è un’attività necessaria alla crescita dell’uomo certo, ma è anche un’attività che permane nella vita adulta. La demarcazione tra mondo del serio-lavoro e mondo ludico è una consapevolezza che genera equilibrio e quindi benessere. Il gioco come palestra da bambino per crescere con gli altri ma anche necessario alla stabilità dell’adulto. Quest’attività induce a rilasciare dopamina e serotonina suscitando gioia ed emozioni positive.

La scelta dell’Oms (Organizzazione Mondiale della Sanità) di inserire appuntola dipendenza dai giochi nella “lista delle malattie” ha generato un ampio dibattito.

La dipendenza dai videogiochi esiste nel suo quadro generale di dipendenze comportamentali, ma esclude, la necessità diagnostica e uno specifico trattamento medico-psichiatrico. Questo passaggio è importante, 28 ricercatori in un “open debate paper” affrontano il rischio, nel caso dei videogames, di confondere assiduità nel gioco con dipendenza. Richard Wood nel 2007, ad esempio, presentava casi di errore diagnostico. È il caso di un “bambino di 11 anni viene portato in terapia dai genitori, preoccupati per la sua compulsione nel gioco online World of Warcraft, per la sua mancanza di interesse nelle attività scolastiche e per le sue reazioni violente alle minacce di toglierli il gioco”.

In realtà non esiste un parere univoco sugli effetti dei giochi elettronici.

È dimostrato che alcuni giochi potenziano le attitudini del soggetto, adolescente in particolare, ma anche gli adulti aumentano ad esempio nozioni e funzioni intellettive.

Altri giochi, però, caratterizzati da azioni violente, destano la preoccupazione che possano determinare un aumento dell’aggressività nel ragazzo.

Uno studio americano del 2007 ha riscontrato negli adolescenti una maggiore aggressività tra coloro che trascorrevano più tempo a giocare in schemi di combattimento.

Il “Gaming Disorder” non è classificato comunque come un disturbo a sé stante bensì un comportamento di “coping”, una strategia che sottende altri problemi.

Il gioco, dunque, di per sé non è un’attività da demonizzare ma da interpretare, quando cioè, diventa uno strumento fuori misura che in questo caso va ridimensionato perché il mondo ludico non prenda il sopravvento.

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