La bicicletta rosa. Il ciclismo femminile

La storia delle donne in bicicletta è storia di emancipazione e libertà contro l’oscurantismo maschile che imperava nel costume di inizio ‘800, quando nacque la bicicletta.

A raccontarci le storie delle cicliste italiane è il libro “Donne in bicicletta. Una finestra sulla storia del ciclismo femminile in Italia” di Antonella Stelitano, storica dello sport.

Il libro illustra la lentissima evoluzione del ciclismo femminile contro un predominio di genere durato a lungo.

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Donne in sella se ne vedevano ma soltanto per promuovere liquori e prodotti commerciali, poiché il ciclismo, secondo il costume e il pensiero, anche di inizio ‘900, poteva rappresentare per la personalità femminile sintomo di un carattere asociale, secondo quanto scriveva Lombroso.

Eppure le donne andavano in bici, come testimonia anche Guido Gozzano che scrive nella sua poesia “Le due strade” come questo cambiamento fosse un segno inarrestabile. Così è stato.

La prima gara di ciclismo femminile si svolge nel 1869 a Parigi, l’Italia debutterà nel 1898, a Firenze, in quell’ occasione, “le cicliste erano più che sportive: metà acrobate, metà soubrette, vestite con abiti aderenti e scollati, con le ginocchia scoperte”.

La Gazzetta di Venezia scriveva qualche anno prima.

“Le signore andranno in tandem ma voi, mariti gelosi, guardatevi da queste ruote di metallo: il velocipedismo è un’invenzione infernale che in un attimo pone una grande distanza tra il marito e la moglie come il pattinaggio”.

L’opinione pubblica vantava anche pareri illustri come quello di Alfredo Binda ciclista su strada italiano, per il quale queste donne sudate non erano per niente eleganti.

Solo nel 1917 l’autentica sartina emiliana Alfonsina Morini sposata Strada partecipa al “Giro della Lombardia” sotto falso nome per poi partecipare come unica donna, al Giro d’Italia che porta a termine, squalificata e ferita.

Con l’instaurarsi del Fascismo per le donne si favoriva la pratica della ginnastica per migliorare la razza e far nascere prole sana e forte, Olivia Grande, nel 1937, ad appena 20 anni, esegue il record italiano quando un’ordinanza del Prefetto di Udine scrive poi:

“Constatato che si vedono transitare in provincia, soprattutto in bicicletta, giovani donne in tenuta troppo libera e succinta e perciò contrastante con la decenza e la pubblica moralità, si ordina che sia vietato circolare o comunque mostrarsi in pubblico, in costume da bagno, in mutandine o in calzoncini troppo corti, pena l’arresto fino a tre mesi e un’ammenda di lire 2.000”.

Fu negli anni della Resistenza italiana che le donne in bici effettuarono vere e proprie staffette fino poi alla fine dell’occupazione nazista e della II guerra mondiale; eppure al pubblico femminile era vietato assistere al Giro d’Italia come testimonia nel 1955 Anna Maria Ortese che per “Epoca” realizzò un intero servizio travestita da uomo.

Soltanto nel 1962, l’Unione Velocipedistica Italiana, inizia il tesseramento alle donne, così da creare una squadra femminile per i Mondiali di quello stesso anno.

Nel 1985 Maria Canins, la ciclista altoatesina, vince il Tour de France.

 

 

 

 

 

 

 

 

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