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Paura di uscire 52% di italiani teme la fase 2

Paura di uscire? Non è un’anomalia individuale ma un timore che accomuna molti italiani che con l’inizio della fase 2 teme di uscire dal proprio isolamento.

È un pensiero difficile da accettare, seppur non si tratti di una sindrome vera e propria, possiamo parlare di una condizione e un atteggiamento psicologico motivato anche dalla consapevolezza che l’emergenza si ridimensiona lentamente e che dobbiamo rispettare alcune norme di sicurezza per evitare il contagio.

La quarantena ha funzionato come una sorta di ritiro personale che non ci ha risparmiato dalla costruzione di un nuovo equilibrio.

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Una sospensione che ci ha sollevato da obblighi e responsabilità di tipo sociale e che si è caratterizzata per un ricollocamento individuale di priorità.

L’ Osservatorio Lockdown. “Come e perché sta cambiando le nostre vite”, realizzato da Nomisma in collaborazione con CRIF ha realizzato circa 1000 interviste testando umori e paure degli italiani in pandemia.

La paura di uscire accomunerebbe circa il 52% degli intervistati.

La priorità stabilita dal sondaggio è la necessità di un vaccino per riacquistare uno stile di vita che possa dire di essersi lasciato alle spalle la paura da Covid-19.

Dal 21% delle risposte, infatti, si evince che molti italiani hanno seguito una quarantena completa, uscendo anche dopo 2 settimane di permanenza casalinga.

La paura di contrarre il virus è ancora diffusa, un buon 25% degli intervistati dichiara di temere di ammalarsi ragione per cui sono usciti soltanto per necessità essenziali quali fare la spesa (75%), buttare la spazzatura (62%).

La paura più diffusa riguarda l’ingresso in luoghi chiusi e quindi di assembramenti, come anche entrare nei mezzi pubblici, fatto questo che spaventa il 41% della popolazione.

Il 39% delle risposte registrate riguarda, invece, la paura di contatti ravvicinati con altre persone.

Affronta con serenità questo momento della fase 2 soltanto l’8% degli intervistati.

Tutti auspicano a un ritorno alla normalità ma non senza passare per una politica sanitaria che induca a una certa sicurezza, come, ad esempio, la somministrazione di tamponi o ancora, politiche che regolino la vita sociale, come indurre i ristoratori a distanziare i tavoli anche con piccoli pannelli di plexiglass.

Una nuova normalità, quella che si profila, dettata da una consapevolezza maggiore dei limiti del nostro “vecchio” stile di vita.

 

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