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Neofobia al cibo la paura di provare nuovi sapori

La neofobia al cibo corrisponde alla paura o anche al rifiuto di assaggiare alimenti sconosciuti e mai provati.

Legumi, verdure e frutta, in genere, rappresentano i cibi più snobbati con conseguenze anche gravi sullo stato di salute del neofobo che rinuncia, così, all’assunzione di nutrienti fondamentali per il proprio organismo.

La motivazione, così come spiega sulla rivista Nutrition Foundation Of Italy in una lunga intervista Michele Sculati, medico e specialista in Scienza dell’Alimentazione, riamane nella maggioranza dei casi immotivata.

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“È il rifiuto, spesso immotivato, ad assaggiare cibi mai provati in precedenza. Quasi sempre il neofobico al cibo non sa spiegare il perché del suo rifiuto”.

La neofobia al cibo interessa maggiormente la fase infantile, un rifiuto che andrebbe quanto prima contrastato perché non abbia ripercussioni a lungo termine sulla salute della persona.

Si chiede, in pratica, al genitore di lavorare sull’apprezzamento del cibo del piccolo.

I gusti, come sappiamo, sono cinque: dolce, salato, amaro, acido, infine “umami”, parola giapponese traducibile con “sapido”.

I bambini apprezzano senza incertezze il gusto dolce e, in seconda battuta, il salato e l’“umami”, si tratta di un dato noto.

Rifiutano, invece, l’amaro e l’acido, tipici di molta verdura e di quasi tutta la frutta.

È dimostrato, però, che l’accettazione dei gusti può cambiare, anche radicalmente.

Un esempio estremo e molto chiaro sono la mostarda, o la radice di rafano (parente del nipponico wasabi), che vengono percepiti a livello del rinofaringe: nell’infanzia questo sapore induce addirittura il conato di vomito, mentre in età adulta è ricercato tra gli alimenti di nicchia.

È ovvio che a nessun bambino si proporranno mostarda e rafano, ma è la dimostrazione lampante che è possibile cambiare radicalmente i propri gusti.
La cultura dell’ambiente in cui si forma il gusto alimentare e la socialità sono cofattori potenti nel condizionare l’accettazione di un gusto diverso.

La neofobia al cibo è un tratto in parte ereditario, ma è dimostrato anche che se ne possono modificare le ricadute sul comportamento alimentare.

Ancora, la neofobia è più frequente laddove le esperienze sensoriali immagazzinate sono scarse.

In altre parole: più il bulbo gustativo è esposto precocemente a esperienze sensoriali diverse e variegate, minore è la probabilità che il soggetto manifesti una neofobia al cibo.

Un suggerimento è quello di lasciare che il bambino più piccolo manipoli il cibo ignoto.

La prima conoscenza che il bambino ha del mondo passa dalle mani, prima ancora che dagli occhi e, subito dopo, si passa all’assaggio.

È un gesto automatico.

Lasciare che il bambino costruisca un’esperienza personale, con i propri tempi e modi, stimola la sua curiosità ed è un ottimo punto di partenza.

Sfruttare la finestra temporale dallo svezzamento (eventualmente attraverso l’alimentazione complementare a richiesta) fino ai due-tre anni è molto più semplice che cercare di correggere, attorno ai 6 anni, abitudini acquisite” dice Sculati.

 

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